Il pareggio di bilancio rinviato ancora una volta e il deficit che nel 2018 rimane all’1,6% del prodotto interno lordo invece che scendere all’1,2% come promesso nel Def di aprile. Mentre le privatizzazioni, ammette ora il Tesoro, quest’anno porteranno in cassa non più di 3,4 miliardi contro un obiettivo di 5 miliardi messo nero su bianco cinque mesi fa. Ma, nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza approvata sabato dal consiglio dei ministri, nuove scommesse ancora più ambiziose sostituiscono quelle che già in partenza apparivano perse.

Crescita gonfiata, ma la manovra è recessiva – Il passivo dello Stato ha appena sfondato quota 2.300 miliardi di euro, un nuovo massimo storico. Ma nella nota il rapporto debito/pil è stimato in discesa perché il governo ha gonfiato la crescita attesa nel 2018 al +1,5%. Sono 0,3 punti in più rispetto alle previsioni Ocse e 0,5 in più rispetto a quelle del Fondo monetario internazionale. La dinamica è “marginalmente al di sopra dell’estremo superiore delle previsioni del panel Upb”, ha sottolineato lunedì l’Ufficio parlamentare di bilancio, organismo indipendente che deve validare le stime governative, aggiungendo che “per il biennio 2019-2020 emergono maggiori fattori di perplessità“. Il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan contano di ottenere il risultato grazie agli “effetti positivi” della prossima legge di Bilancio. Ma i numeri elencati nel documento stesso preannunciano che la manovra sarà restrittiva e non espansiva, visto che l’indebitamento verrà ridotto dal 2,1 all’1,6% del pil. Padoan, il quale ha fatto sapere che dopo la fine della legislatura “andrà in pensione”, si prepara quindi a un doppio salto mortale: da un lato dovrà tenere stretti i cordoni della borsa durante l’iter parlamentare dell’ultima finanziaria prima delle elezioni politiche, prevedibilmente accompagnata dal solito assalto alla diligenza. Dall’altro dovrà vincere la scommessa di spingere la crescita con una manovra ancora da scrivere ma che, stando ai numeri della Nota, pro-crescita non sarà.

La mossa del cavallo per disinnescare le clausole di salvaguardia – Sul fronte delle uscite, quel che è sicuro è che vanno trovati più di 5 miliardi per “disattivare interamente le clausole di salvaguardia“: quegli aumenti automatici di Iva e accise che scattano in assenza di coperture alternative. A inizio anno queste “cambiali fiscali” valevano, per il 2018, oltre 19 miliardi, ma il Tesoro si è mosso d’anticipo per ridurre la zavorra. In aprile ha stabilito di destinare interamente alla sterilizzazione delle clausole l’effetto positivo sui conti pubblici (circa 5 miliardi) della “manovrina” correttiva. A giugno Padoan ha inviato a Bruxelles una lettera di suo pugno per informare la Commissione Ue che Roma si sarebbe autoconcessa uno sconto pari allo 0,5% del pil, circa 9 miliardi, rispetto all’aggiustamento dei conti promesso per il 2018 solo due mesi prima. Una mossa del cavallo davanti alla quale l’esecutivo europeo ha fatto buon viso ma ha anche ribadito che la Penisola deve comunque ridurre il rapporto debito/pil. 

Gioco delle tre carte: su il pil grazie al mancato aumento delle accise – Come fare? Scommettendo, appunto, su un’esplosione del denominatore. Innescata dalla prossima legge di Bilancio, che stando alla Nota di aggiornamento “produrrà effetti positivi sulla crescita del pil pari allo 0,3% nel 2018” e un altro 0,3% nel 2019. E il canale, secondo i tecnici del Tesoro, sarà la “rimodulazione delle imposte indirette“: vale a dire proprio la disattivazione delle clausole di salvaguardia. Dunque: il governo aumenterà le entrate o ridurrà le uscite in modo da recuperare 5 miliardi con cui evitare l’aumento delle accise. E a quel punto il solo fatto di non farle aumentare dovrebbe spingere il pil di ben 0,3 punti. Un gioco delle tre carte la cui riuscita, tutta da dimostrare, è però l’unico appiglio visto che l’impatto positivo delle “misure espansive” che saranno inserite in manovra e quello delle “politiche invariate” (in totale +0,2% del pil) saranno azzerati dall’effetto negativo delle coperture finanziarie da trovare (-0,2). Se tutto va come spera via XX Settembre, l’anno prossimo il debito scenderà al 130% del pil. Una mano comunque l’ha data anche l’Istat, che subito prima della presentazione della Nota ha diffuso i nuovi Conti economici nazionali: il pil 2015 e 2016 è stato rivisto al rialzo e il debito/pil di conseguenza è sceso dal 132,6 al 132% per il 2016 e dal 132,5 al 131,6% per il 2017.

Rivisti (ancora) al ribasso gli introiti attesi dalle privatizzazioni – Quanto al valore assoluto del debito, nulla da fare: ancora una volta i piani di privatizzazione del patrimonio pubblico messi in campo per ridurlo non daranno i frutti sperati. Le dismissioni immobiliari quest’anno porteranno nelle casse dello Stato solo 900 milioni, lo 0,1% del pil, e altrettanto è atteso dalla cessione di quote nei gruppi pubblici. Totale: 0,2% del pil, contro lo 0,3% indicato in aprile. Per il 2018 l’obiettivo torna allo 0,3%, ma è tutto da vedere alla luce del “temporaneo slittamento” dei piani di privatizzazione di Fs e Poste e degli “aggiornamenti di vari piani industriali per effetto dell’imminente incorporazione di Anas nel gruppo Ferrovie dello Stato nonché dell’insediamento del nuovo vertice di Poste Italiane”.

Spending da 2,5 miliardi con l’incognita del riutilizzo per altre voci di spesa – Infine la spending review. La Nota di aggiornamento anticipa che la manovra ridurrà la spesa pubblica di 0,15 punti di pil, 2,55 miliardi. Da qui dovrebbe arrivare un terzo delle coperture della finanziaria. L’obiettivo appare raggiungibile, ma non significa che le uscite correnti dello Stato si ridurranno di altrettanto: come dimostra l’analisi dei risultati ottenuti in questo campo dal 2014 a oggi, la tendenza è stata quella di utilizzare i risparmi per finanziare altri capitoli di spesa. La probabilità che anche il prossimo anno finisca così sono alte, visto che la legge di Bilancio preparerà la strada alle elezioni e le richieste di sgravi e prebende già si moltiplicano.