“Spero, dopo questa presentazione, di leggere un po’ meno sulla stampa che in Italia la spending o non si è fatta o si è fatta male”. Ci risiamo: un anno e mezzo dopo le prime rivendicazioni del Tesoro, il commissario alla revisione della spesa Yoram Gutgeld ha presentato al Parlamento la sua relazione sugli interventi fatti dai governi Renzi e Gentiloni per ridurre le uscite dello Stato. “Tra 2014 e 2017”, ha spiegato, “sono stati tagliati quasi 30 miliardi di capitoli di spesa”. Soddisfatto il ministero dell’Economia Pier Carlo Padoan, secondo cui ora i giornali dovrebbero “pensarci due volte” prima di mettere in dubbio i risultati ottenuti. Del resto, stando alla tabella di Gutgeld, i “risparmi” messi a segno nell’ultimo triennio ammontano a ben 29,9 miliardi. Ma sul significato della parola risparmi occorre intendersi. L’economista chiamato a Palazzo Chigi nel 2014 dal leader Pd mette sotto quell’etichetta anche le voci che sono state solo ridefinite o riclassificate e i tagli compensati dall’incremento di altri capitoli. Quel che conta, però, è l’effetto netto. E le rilevazioni dell’Istat dicono che la spesa pubblica negli ultimi tre anni non è affatto diminuita, anzi. L’obiettivo di risanare i conti, poi, è stato sicuramente mancato.

Spese correnti mai così alte – Nel 2016 le uscite complessive sono ammontate a 829,3 miliardi, contro gli 819 del 2013. Per dipendenti, acquisti e prestazioni sociali (le cosiddette “spese correnti”) si sono spesi 706 miliardi, il 3,2% in più rispetto al 2013. Un record, perché la somma di queste voci, finora, non aveva mai superato quota 700 miliardi. Il monte stipendi degli statali, a dire il vero, per effetto del blocco del turnover è un po’ diminuito, assestandosi a 164 miliardi. A dispetto della centralizzazione, invece, i soldi spesi per gli acquisti delle pubbliche amministrazioni, dalla cancelleria ai pc, sono ulteriormente aumentati. Fino a toccare lo scorso anno i 91 miliardi, dagli 89 del 2013. In salita anche le “altre uscite correnti” e le spese per previdenza e assistenza, che per loro natura richiedono sempre più risorse e che la relazione classifica tra le spese “non aggredibili“. Nonostante nel 2013, prima dell’approdo a Palazzo Chigi, lo stesso Gutgeld si dicesse favorevole a ridurre le pensioni più alte, arrivando a suggerire un prelievo del 10% per quelle sopra i 3.500 euro. Ma tant’è: la scelta è politica e non spetta ai commissari.

Il gioco delle tre carte – A conti fatti, la realtà è che “alcuni capitoli sono stati ridotti, altri sono stati aumentati in maniera equivalente”, come riassumeva nel settembre scorso Roberto Perotti, ex commissario alla revisione della spesa che a fine 2015 se n’è andato sbattendo la porta. Nulla di nuovo: il suo predecessore Carlo Cottarelli a ilfattoquotidiano.it ha raccontato: “Mentre ero lì che cercavo di tagliare la spesa, passavano provvedimenti che la aumentavano”. Del resto la stessa relazione di Gutgeld rivendica che la spending review “ha creato due terzi delle risorse messe a disposizione” per conseguire altri obiettivi, tra cui “la riduzione della pressione fiscale” e “il finanziamento dei servizi pubblici essenziali”, dalla sanità alla scuola alla sicurezza. Soldi spostati da una voce all’altra, appunto. A poco vale, poi, vantare che in Italia la “variazione dei costi della macchina pubblica” tra 2013 e 2016 è stata “la più bassa tra i grandi Paesi europei in termini di incidenza sul pil”. Perché il nostro pil è cresciuto molto meno di quello degli altri.

Segno meno per gli interessi grazie a Draghi. Crollati gli investimenti – Alcune voci che si sono davvero ridimensionate, a dire il vero, ci sono. Stanno però entrambe fuori dal perimetro delle spese correnti. La prima è rappresentata dagli interessi sul debito, scesi a 66,2 miliardi dai 77,5 del 2013 solo per effetto del quantitative easing della Banca centrale europea. Il “regalo” dell’Eurotower ci ha permesso di contenere il rapporto deficit/pil (risultato che invece la relazione di Gutgeld attribuisce alla spending), ma il ritmo degli acquisti di titoli di Stato sta già calando e tra 2018 e 2019 si esaurirà. La seconda voce che è calata notevolmente è quella degli investimenti: oltre 41 miliardi nel 2012, 38 nel 2013, solo 35 l’anno scorso. Scelta ben poco virtuosa, visto che tagliarli deprime la crescita con effetti negativi sui conti pubblici. Non a caso il rapporto debito/pil, eterno tallone d’Achille della Penisola, checché ne dica Renzi non accenna a migliorare. Tutt’altro: è arrivato al 132,7%, contro il 129% del 2015.