E c’è persino chi lo critica. Pochi, a dire il vero, dopo la tripletta contro il Sassuolo. Qualcuno in più solo qualche giorno fa, per la sconfitta contro il Barcellona, o per la finale di Champions persa male, o per quel numero 10 portato (o per altri usurpato) sulle spalle. Ma Paulo Dybala è davvero il fenomeno che dicono. E forse è la maglia della Juventus a stare troppo stretta a lui, non viceversa.

È stata la domenica dei grandi bomber: la tripletta di Dries Mertens, le doppiette di Edin Dzeko, Ciro Immobile e Nikola Kalinic, persino quella del giovanissimo Pietro Pellegri. Tutti gol belli e pesanti, ciascuna con la sua storia e la sua particolarità: il belga del Napoli che scaccia i fantasmi di Champions, il bosniaco della Roma che risponde alle critiche, l’italiano della Lazio che si conferma, il croato del Milan che si prende la scena al suo debutto a San Siro, il ragazzino predestinato che a 16 anni ha quasi più reti all’attivo che presenze in Serie A. Paulo Dybala e i suoi gol, però, hanno qualcosa di diverso: lui è speciale.

Lo si capiva già ai tempi della prima stagione a Palermo: grazie alla gestione di Allegri ha fatto il salto di qualità alla Juventus, negli ultimi due anni si è confermato e consacrato anche a livello internazionale. Ormai siamo alla maturazione definitiva: l’ultimo stadio nell’evoluzione da giovane promessa, a grande calciatore, a campione di livello mondiale. I numeri sono clamorosi: 50 reti segnate in 100 partite ufficiali in bianconero, 8 in 4 partite (l’anno scorso ne fece 11 in tutta la stagione), sempre a segno nelle prime quattro giornate di Serie A come non succedeva da oltre dieci anni (Luca Toni nel 2005/2006: chiuse il campionato a quota 31, non male come precedente). Ma c’è anche di più della mera statistica: viaggia a velocità doppia di avversari (e compagni), ogni tocco con il suo sinistro ha qualcosa di magico, da ogni palla può nascere qualcosa di unico. Come succede solo per i grandissimi. Forse non ce ne accorgiamo solo perché non siamo più abituati a vederli in Serie A.

Nonostante tutto, infatti, Dybala non è considerato come il suo talento meriterebbe. O meglio: lo è solo quando le cose vanno bene. Alla prima difficoltà, i giudizi sono impietosi. Qualcuno, ad esempio, non gli avrebbe dato la maglia numero 10 che fu di Del Piero (se non la merita lui, tanto valeva allora ritirarla per sempre). Qualcun altro (e non solo il professor Bonucci nello spogliatoio) se la prese  con lui per la sconfitta bruciante di Cardiff, come se lo sciagurato tracollo di quel secondo tempo potesse dipendere solo dalla sua prestazione sottotono. Ancora: c’è chi l’ha bocciato senza appello dopo Barcellona, per aver perso la sfida a distanza con Messi, per un assurdo parallelo che non aveva certo suggerito lui. Tutto per due-tre partite sbagliate in tre anni: e non regge pure la teoria del fallimento nelle partite che contano, perché i quarti di Champions dello scorso anno contro il Barcellona erano abbastanza decisivi, e lui ne fu protagonista assoluto.

A 23 anni Dybala è già uno dei giocatori più forti in circolazione. Uno dei pochi veri top player del nostro campionato, e in fondo pure della Juventus, l’unico bianconero che giocherebbe in qualsiasi squadra al mondo. Così probabilmente finirà, quando fra poco tempo (un anno, un paio al massimo?) le avances dei grandi club, o la sua ambizione di vincere e guadagnare tanto, lo porteranno lontano dall’italia. E da Torino. E allora i detrattori (persino tra i suoi stessi tifosi) potranno criticarlo da avversario più liberamente, chissà quanto a cuor leggero.

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