C’è qualcuno di più moralmente fasullo di un artista contemporaneo? Sì, un artista contemporaneo che fa il regista di un documentario. Infatti il celebre Ai Weiwei si è preso perfino la briga di girarne uno, Human Flow, finito addirittura in Concorso alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia. Un documentario in cui si osserva con sguardo pornografico il dramma dei migranti, il flusso umano di profughi che si spostano da Africa, Siria, e da tutti quei luoghi nel mondo in guerra e affamati, e che finiscono incastrati a marcire tra le frontiere di paesi che li respingono con muri e filo spinato. Ebbene da oggi sappiate che Ai Weiwei questi poveracci li ha ripresi in massa, facendoli mettere perfino in posa sotto le tende bianche sullo sfondo. Li ha ripresi con droni – dio quanto gli piacciono le oggettive dall’alto sui campi profughi col drone -, con gli smartphone, con le videocamere in alta definizione, e con il solito stuolo di artigiani formica alla corte del maestro d’arte contemporanea a reggergli le cineprese e a riempire i già zeppi campi di disperati. Perché Ai Weiwei ama molto farsi riprendere tra i profughi. Ama stare molto davanti la macchina da presa anche se non c’entra un tubo. Ama essere “in campo”, fare parte del flusso umano. Così, ovviamente, tanto per dare un tocco simbolico o autoestetizzante al racconto, che di per sé, evidentemente, nel suo esasperato realismo non ha sufficienti elementi per colpire lo spettatore.

Una donna si fa riprendere di spalle e disperata afferma di non avere più un’identità? Ai Weiwei appare in campo, si siede su una panca e le offre un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Piove a dirotto e gli accampamenti di migranti diventano paludi? Ai Weiwei si fa inquadrare mentre con le sue scarpette bianche intonse pesta come un ballerino sulle punte il fango ed evita le pozze. C’è una riunione di forze militari e umanitarie in un ufficio? Ai Weiwei appare tra loro a sedere come un alleniano Zelig. Vogliamo continuare? Di esempi di magniloquenza egotica ce ne sono decine. Ed è per questo che Human Flow appare come il classico svolazzo artistico su un dramma, un bric-à-brac formale in cui scorrono a fondo schermo inutili lanci d’agenzia modello breaking news, o appaiono a tutto schermo citazioni antiche con la pesantezza delle tavole della legge biblica.

Tutto quello che vediamo suggerisce una sacralità accigliata da party liberal newyorchese, dimostra l’esistenza precisa di un’osservazione furbina ed unidimensionale, della mancanza di un benché minimo coinvolgimento sensoriale, umano, emotivo sul tema trattato. Ai Weiwei che ridendo come in cortile scambia un passaporto con un siriano in fuga (pensate glielo abbia lasciato?). Ai Weiwei che cuoce salsiccette su una griglia in mezzo agli affamati (chissà quant’è durato il giro tra le migliaia di persone a offrirgliene), chiudono il cerchio del più grande bluff etico di questo festival di cinema. Davanti a Human Flow bisogna infatti mettersi d’accordo:  o c’è Ai Weiwei, o c’è il film. O c’è lui o ci sono i profughi. Dino Risi sosteneva che per poter vedere i film di Nanni Moretti, Nanni si dovesse spostare da davanti. Qui il rischio dopo due e ore e venti di proiezione è che qualcuno si alzi e urli allo sciacallaggio. Non fosse peraltro che la sezione tematica “documentario sui migranti” ha avuto un picco d’inflazione in questi ultimi due anni come nemmeno la sezione “lavoratori in sciopero” negli anni novanta (oggi non li segue più nessuno, poveretti, come se il problema fosse di colpo sparito). Un appello ai giurati di questo festival: non fatevi fregare da Human Flow e lasciate che Ai Weiwei torni al suo sudatissimo “tornio” dell’arte contemporanea.