Nel mio libro Eccedenza sovrana teorizzavo la teurgia politica. Teurgia è termine della sapienza e della Cabala ebraiche, e indica due cose: una teurgia restauratrice e una instauratrice. Teurgia indica il processo mediante il quale i fedeli, tramite la glorificazione del dio, restaurano la sua potenza o addirittura la creano.

Il tema naturalmente riguarda in filigrana l’obbligazione politica, il ‘to die for’ della sovranità. Perché obbedire, perché essere disposti a sacrificare la propria vita in nome del sovrano? La mia risposta era Barnardine, ubriacone di Misura per misura di Shakespeare che viene chiamato per essere ucciso e risponde “Vi prenda la peste alla gola!”. Egli non vuole morire, e non morirà. Non vuole partecipare alla pantomima teurgica, non vuole istituire né restaurare nessun semidio mortale, per usare espressioni care sia a Hobbes che a Shakespeare.
Smontare la teurgia significa mettere da parte, ‘illuministicamente’, ma direi meglio ‘ereticamente’ (poi Adriano Prosperi dice, forzando, che gli eretici furono gli antesignani dell’Illuminismo) la figura deontica del dovere. Morire per cosa, morire per chi? Mi viene in mente un passaggio del filosofo tedesco Habermas a proposito dell’obbligazione politica. Ecco quel che scrive:

C’è una notevole distanza tra le caratteristiche piuttosto arcaiche dell’ ‘obbligo potenziale’, condiviso da compagni di sorte disposti a sacrificarsi, e l’autorappresentazione normativa di sé del moderno stato costituzionale come una libera associazione di partner di diritto. Gli esempi del servizio militare, delle imposte obbligatorie, e dell’istruzione suggeriscono, secondo la prima linea, un quadro dello stato democratico come autorità che impone un dovere chiedendo sacrifici ai suoi sudditi. Questa immagine si adatta male a una cultura illuminista il cui nucleo normativo consiste nell’abolizione del sacrificium richiesto pubblicamente come elemento di moralità. I cittadini di uno stato legale democratico concepiscono se stessi come autori della legge, e questo li costringe all’obbedienza in quanto suoi destinatari. A differenza della morale, il diritto positivo interpreta i doveri come qualcosa di secondario; essi provengono solo dalla compatibilità dei diritti di ciascuno con la parità dei diritti di tutti.

Ecco, quando vedo la foto degli attentatori, fratelli, cugini, amici, figli di donna che vanno a farsi saltare in aria, budella di fuori, ossa triturate, mi chiedo: per chi stanno morendo? A Bruxelles l’ ‘artificiere’ che si è dato alla fuga. Lui no, non si è fatto saltare in aria. In Spagna, i terroristi avevano cinture esplosive finte. Ecco, smontare la teurgia politica significa dire “vacci tu!”. Vuoi farlo? Fallo tu. Vuoi uccidere persone provando un dolore indicibile? Non sarò il tuo montone, il mio corno non servirà per fondare la tua città.

Il terrorismo verrà sconfitto quando prevarrà la critica illuministica ed eretica all’idea di una comunità di destino i cui membri sono pronti a ‘morire per’. Morire per qualcosa, per un ideale, per la religione, per Allah. Per secoli l’Europa ha insistito su questo principio, sull’obbligazione politica come leva per mandare la gente al macello. Quest’etica del sacrificio, che ha prodotto sia la difesa delle libertà che gli orrori di guerre ingiustificabili, è sempre più indebolita dall’idea che il sacrificio sia possibile solo laddove esso sia determinato dai soggetti stessi che lo mettono in atto, e dall’intuizione che esso sia stato usato per conseguire i fini della spoliazione, del colonialismo, dell’estensione del dominio economico.

Dove c’è qualcuno che ti dice di andare a morire, c’è solo da sperare che l’etica del sacrificio deperisca e si estingua. Mi rendo conto che la modernità europea si è invece fondata proprio su questo, e che oggi la critica delle destre è proprio all’infiacchirsi di questo principio (“nessuno è più disposto a morire per i nostri valori”) e all’affermarsi delle nostre comunità come costituite da ‘partner di diritto’, ma in verità è solo dall’estensione di quell’infiacchimento ad altre culture, dalla consapevolezza che l’etica del sacrificio non ci fa soggetti ma oggetti, non decisori ma strumenti, che può derivare la salvezza dell’Europa e la sconfitta del terrorismo.