La mediazione di Sergio Mattarella è servita a scongiurare la rottura definitiva. Ma la frattura tra Marco Minniti e Graziano Delrio non è stata ricomposta. Anzi. Lo scontro pronto a scoppiare nel Consiglio dei ministri di lunedì è stato evitato solo per l’assenza del ministro dell’Interno, ma il mal di pancia di quella parte del governo e della maggioranza di ispirazione cattolica è rimasto intatto. Su quello l’intervento del Colle, che nella serata di ieri ha espresso “per l’impegno spiegato in queste settimane” dal Viminale “particolarmente riguardo al governo del fenomeno migratorio“, ha potuto poco. Tanto che il titolare delle Infrastrutture questa mattina è tornato a far sentire la propria voce in un’intervista a La Repubblica.

I fatti. Il 5 agosto la nave della ong Medici Senza Frontiere, che non ha firmato il codice di condotta proposto dal ministero dell’Interno, ha effettuato il trasbordo di 127 migranti su una nave della Guardia Costiera. Il centrodestra ha dato fuoco alle polveri della polemica, inveendo perché in questo modo si vanifica l’effetto del codice e del lavoro svolto in queste settimane dal Viminale. Nel mirino finisce anche Graziano Delrio, titolare del ministero dei Trasporti da cui la Guardia Costiera dipende. E nasce lo scontro istituzionale con il collega Minniti: il primo vuole applicare il codice di condotta delle ong alla lettera, il secondo vuole dare più margine alle regole internazionali del salvataggio in mare e alle ragioni umanitarie in nome delle quali agiscono le organizzazioni non governative. 

“Stiamo parlando di soccorso in mare – spiega questa mattina l’ex sindaco di Reggio Emilia a La Repubblica – non di controllo di flussi o di politiche di integrazione. Questo soccorso non è derogabile, né discrezionale. Nel codice c’è scritto che il trasbordo si può fare in condizioni particolari, coordinato dalla Guardia Costiera”. Quindi, prosegue il ministro, il trasbordo da una nave di una ong “è necessario se viene individuato un pericolo di vita, se una nave è troppo piccola e rischia di ribaltarsi”. L’obiettivo del governo, mette in chiaro Delrio, non sono le ong: “Siamo in guerra contro gli scafisti. Una guerra vera, non nei dibattiti tv”.

Minniti, da parte sua, ha scelto il silenzio. Non si è presentato in cdm – provocando il fastidio di parte dei suoi colleghi – ha chiesto e incassato l’apprezzamento del Colle – condizione posta per evitare le dimissioni – e si fa forte dei risultati raggiunti sul fronte della diminuzione dei flussi migratori: secondo i numeri diffusi dal ministero, continua il calo degli sbarchi: dall’inizio dell’anno fino ad oggi sono arrivati 96.438 persone, il 3,3% in meno rispetto ai 99.727 sbarcati nello stesso periodo del 2016. Con una riduzione di oltre il 50% degli arrivi nel solo mese di luglio.

Nel governo e nel Pd a parlare è il ministro della Giustizia Andrea Orlando: “Dobbiamo disciplinare il settore senza correre il rischio di una criminalizzazione indiscriminata: non può passare il messaggio, come mediaticamente in parte sta avvenendo, che le ong siano quasi una promanazione degli scafisti”. Di questo tema non si è parlato in consiglio dei ministri, conferma il guardasigilli. Secondo Orlando servono “regole” ma “le regole da sole non bastano. Alcune ong possono anche essersi macchiate di qualche azione non esemplare, ma in questi anni hanno svolto un ruolo importantissimo salvando migliaia di vite”. Per l’altro verso “non possiamo chiedere alle Ong di essere il braccio operativo del governo italiano” dice il ministro a InOnda, su La7. “Le Ong però – aggiunge il ministro – si devono rendere conto che l’Italia sta facendo uno sforzo. Bisogna arrivare a un punto di intesa. Non può essere che uno Stato singolo agisca sulle Ong ma nemmeno le Ong possono agire come hanno sempre agito”. Ma mentre bisogna evitare l’idea di un “intervento risolutivo perché se trasmetto questa idea allora questo può portare l’opinione pubblica a una delusione ad una esasperazione”, per il ministro “è giusto cominciare a muoversi e a emanare decreti sull’accoglienza ma bisogna stare molto attenti a evitare banalizzazioni ovvero dire che siamo in emergenza, non è vero che è una invasione che non ha precedenti nella storia”.

Intanto Sos Mediterranee, una delle Ong che non hanno firmato il codice di condotta del Viminale, ha chiesto un incontro al ministero per chiarire la sua posizione in vista della possibile sottoscrizione. Al momento il decalogo è stato firmato da Save the Children, Moas, Sea Eye, Proactiva Opens Arms. Non lo hanno ancora firmato, oltre a Sos Mediterranee, Medici senza frontiere, Sea-Watch e Jugend Retter, la cui nave Iuventa è stata sequestrata con l’accusa di favorire l’immigrazione clandestina.

In serata la riflessione del premier al Tg1: “Il codice dei migranti è un pezzo fondamentale di una strategia d’insieme sull’immigrazione: questa strategia di collaborazione anche con le autorità libiche, sta producendo piano piano risultati. I flussi si stanno gradualmente riducendo, vince lo Stato e perdono gli scafisti. È uno spiraglio, ma uno spiraglio su cui insistere”.