L’operazione “Defend Europe” rivela la tendenza più nascosta e inquietante delle politiche migratorie degli ultimi anni: la tendenza alla privatizzazione. I soggetti privati (le imprese) sono ormai diventati attori centrali nella gestione dei movimenti migratori. L’operazione “Defend Europe” rappresenta, in questo senso, un caso tangibile. L’operazione è condotta con l’utilizzo della nave “C-Star”: la nave è affittata dall’organizzazione di estrema destra europea, “Generazione identitaria” e ha come obiettivo il respingimento in alto mare dei migranti e dei richiedenti asilo che vogliono raggiungere l’Europa. Obiettivo assolutamente illecito secondo la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che semplicemente vieta ogni respingimento collettivo, anche in acque internazionali.

Risale al 23 febbraio 2012, infatti, la sentenza della Corte europea di Strasburgo, con la quale furono dichiarate illegali le operazioni di respingimento in alto mare, effettuate dal governo Berlusconi (2009), subito dopo il Trattato di amicizia con la Libia di Gheddafi. In altre parole, la Corte europea ha chiarito che, accordo bilaterale o no, nessuno Stato può respingere collettivamente le persone che emigrano. Occorre che prima sia vagliata la loro situazione individuale, secondo le norme internazionali e nazionali. Principio semplice e ragionevole, conquista del diritto europeo del Dopoguerra, dopo la tragica esperienza del fascismo e del nazismo, dove a contare non era l’agire individuale, ma l’appartenenza a una categoria sociale o razziale.

Gli Stati, dunque, avrebbero in qualche modo le mani legate: certe operazioni non potrebbero (e dovrebbero) farle. I lacci e lacciuoli del diritto internazionale (ancora) in vigore sono troppo vincolanti per consentire la realizzazione veloce delle politiche migratorie più à la page, quelle della serie “aiutiamoli a casa loro”. Ecco, allora, che parte delle operazioni vengono “appaltate” ad altri Stati, decisamente meno ipocriti in tema di diritti umani: alla Turchia, ad esempio, abbiamo dato sei miliardi di euro affinché ci levasse di torno i siriani che scappano da bombe lanciate da molti Stati, anche europei.

Gli “appalti” nelle politiche migratorie non si fermano però agli Stati extra-europei: laddove serve entrano in scena i soggetti privati, le imprese. La fase di accoglienza e detenzione amministrativa degli immigranti è quasi interamente gestita da soggetti privati in Europa. Multinazionali gigantesche, come G4S e Serco, e tante altre ancora, stanno spazzando via le medie e piccole cooperative. Così come accade in ogni settore del mercato libero e sovrano, i pesci più grandi mangiano quelli più piccoli. L’obiettivo di queste imprese è il profitto, non la realizzazione dei principi umanitari o dei diritti sanciti nei trattati. A loro è delegata la gestione di una delle fasi più delicate del processo migratorio: il momento dell’arrivo che coincide con l’ingresso nel mercato del lavoro dei paesi europei. Il modo in cui gli immigrati sono trattati in questo particolare momento inciderà pesantemente per tutto il resto del loro percorso migratorio. Se saranno maltrattati, umiliati e abusati, costretti a lavorare gratis o per pochi euro, se avranno ingiustificatamente limitata la propria libertà personale o di movimento, c’è il forte rischio che siano educati all’iper-sfruttamento (di altre imprese), cioè educati ad accettare ogni paga e condizione lavorativa.

Con l’arrivo nel Mediterraneo della nave “C-Star”, che Famiglia Cristiana ha svelato essere legata a multinazionali di mercenari che già operavano in teatri bellici (Iraq, Afghanistan) e in operazioni anti-pirateria, per conto degli Stati che le ingaggiano, si può dire che un nuovo passo verso la privatizzazione delle politiche migratorie potrebbe compiersi molto presto. Del resto, a pensarci bene, l’operazione “Defend Europe” non si colloca lontano da quanto voluto da molti governi: bloccare le partenze o respingere indietro gli emigranti. Al contrario, la “C-Star” potrebbe fornire una soluzione operativa, molto pratica, togliendo dall’imbarazzo i governi che, in questo modo, non sarebbero costretti a violare i trattati internazionali sui diritti umani, sul diritto di navigazione e sul diritto d’asilo e, nel contempo, non sarebbero neanche costretti a cambiare il sistema normativo per adeguarlo agli obiettivi delle nuove politiche migratorie.

Inoltre, la “C-Star” non deve neanche sottoscrivere il codice di condotta che si vuole imporre alle navi delle Ong che soccorro gli emigranti nel Mediterraneo, poiché la “C-Star” non intende portare  gli emigranti nei porti italiani: li vuole riportare in Libia. Non avrà cioè i limiti delle altre navi: potrà entrare nelle acque libiche e potrà spegnere il transponder, come e quando vorrà. Non sarà tenuta a sottostare alle regole degli altri. Avrà le mani libere.

L’ingresso dei soggetti privati nel sistema di governo delle migrazioni equivale, dunque, a creare una zona grigia e opaca nella gestione dei movimenti migratori, che non può che finire per eliminare, prima di tutto, i diritti degli emigranti e dei richiedenti asilo. Se l’obiettivo è il profitto, come lo è, viene meno lo spazio per i diritti.