In quattro e mezzo poteva arrivare una buona legge, invece è stata costruita una nuova Roma. Nel tempo passato dalla prima proposta legislativa per mettere un limite al consumo di suolo, misura ancora ferma in Parlamento dal 2012, in Italia sono stati edificati quasi 50mila ettari, aggiungendo cemento a cemento: è come se la capitale fosse lievitata per altri 2 chilometri oltre il raccordo anulare e senza un metro quadrato di aree libere. La denuncia arriva dal Wwf, che in collaborazione con l’università dell’Aquila e sulla base delle stime Ispra ha calcolato il prezzo dell’inazione politica. “Si arrivi al voto finale entro la fine della legislatura”, è la richiesta dell’associazione.

Un iter a singhiozzo
La prima proposta governativa di un provvedimento contro il consumo di suolo è di dicembre 2012. Erano i tempi del governo Monti e il ddl è poi rimasto per anni a bagnomaria in Parlamento, per essere approvato alla Camera solo a maggio 2016. “Il provvedimento voluto dal governo Monti e poi da quello Renzi sembra ora che sia diventato quasi orfano”, lamenta il Wwf, che chiede all’esecutivo di appoggiare “l’azione della relatrice al Senato Laura Puppato (Pd) nella ricerca di un accordo con le Regioni per dotare il Paese di una buona legge”. Nel provvedimento non mancano gli aspetti critici contestati dagli ambientalisti perché potrebbero favorire nuove costruzioni, come le norme sulla edificazione degli spazi interclusi, la sub-urbanizzazione delle aree agricole e la sanatoria in fase transitoria delle istanze già presentate per nuove edificazioni. Ma ci sono comunque diverse misure positive e innovative, a partire dal limite nazionale al consumo del suolo, fino al divieto di mutamento di destinazione d’uso per le superfici agricole che hanno beneficiato di aiuti dall’Unione europea e l’introduzione di un censimento degli edifici e delle aree dismesse, non utilizzate o abbandonate come precondizione per approvare qualsiasi nuovo consumo di suolo.

Il 10% del territorio nazionale edificato
Mentre anche le Nazioni Unite chiedono ai governi di azzerare il consumo di suolo al 2030, a dimostrare il bisogno di una legge per limitare il cemento sono prima di tutto i numeri: “Oggi il 10% del territorio italiano è edificato (7%) o infrastrutturato (3%) e se nel 1950 i Comuni con meno del 2% del totale del loro territorio urbanizzato erano 4.600 (57,5% degli 8mila Comuni) e 10 ne avevano oltre il 50%, oggi, invece, sono solo 1.747 (il 22%) che hanno meno del 2% del proprio territorio edificato, mentre 30 sono i Comuni con oltre il 50% del territorio edificato e 1.000 sono i Comuni che ne hanno almeno un quarto”, sintetizza il Wwf. Non solo: il cemento avanza e si avvicina anche alle aree protette. Negli ultimi 50 anni l’urbanizzazione nella fascia di rispetto di 1 km dalle aree Natura 2000 è cresciuta del 260%, con un incremento della frammentazione delle aree naturali in mezza Italia, dal Piemonte alla Sicilia, dal Friuli Venezia Giulia alla Campania.

Cosa si può fare
Nei quattro anni e mezzo in cui la legge è rimasta ferma in Parlamento, gli amministratori avrebbero potuto comunque fare qualcosa per limitare la colata di cemento da 50mila ettari che ha investito la Penisola. Secondo il Wwf, infatti, sarebbero diverse le iniziative attuabili anche a legislazione vigente, da mettere in campo da subito in attesa del via libera del Senato al provvedimento. Sarebbe necessario per esempio indicare obiettivi di contenimento dell’urbanizzazione nei Piani paesaggistici regionali, creare nuovi piani urbanistico-ambientali dove siano individuate e progettate aree verdi e mettere in atto bonifiche delle aree industriali dismesse con l’obiettivo di una riqualificazione effettiva del suolo.