Un piano degli acquedotti che risale al 1968, aggiornato solo nel 1975. Ed una rete, quella del Lazio, con perdite gigantesche. Per finire con una scia di emergenze – e commissariamenti – che durano almeno da 15 anni. La siccità di questi giorni ha responsabilità precise. Volendo parafrasare un vecchio detto, “non piove, governo inerte”.

Occorre scavare nei numeri e negli atti ufficiali della gestione – sempre più privata – degli acquedotti per andare alle origini dell’ultima emergenza idrica. Partendo da Roma fino al centro del maggiore bacino del Paese, con una gestione affidata dal primo gennaio 2003 al colosso multinazionale Acea. Dati e fatti omessi dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che ieri ha risposto ad una interrogazione urgente del deputato di Sinistra Italiana Filiberto Zaratti. “La situazione è costantemente seguita dal ministero dell’Ambiente” ha spiegato il ministro. Per ora stanno analizzando e pensando a cosa fare: “Si sono tenuti numerosi incontri cui hanno partecipato tutte le amministrazioni a vario titolo coinvolte – ha aggiunto – tra cui l’eventuale emanazione di ordinanze urgenti per la rimodulazione delle portate”. Ovvero spostare i flussi da un acquedotto ad un altro. E’ possibile? Con l’attuale sistema acquedottistico della zona di Roma – una delle più colpite dalla scarsità di acqua – sarà molto difficile. Il piano Galletti non finisce qui. C’è la siccità? La colpa è di quei Comuni che ancora non hanno privatizzato il servizio: “Il ministero dell’Ambiente ha inoltre chiesto alla Regione Lazio di esercitare i poteri sostitutivi nei confronti di quei Comuni che non hanno ancora ottemperato all’obbligo di accorpamento delle gestioni e di trasferimento al gestore unico del Servizio idrico integrato”. Ovvero ad Acea, la Spa quotata in borsa e dominata nei fatti per anni dal gruppo Caltagirone e dalla multinazionale francese Suez.

Manca l’acqua? “E’ colpa dei morosi”
La risposta del ministero riporta anche la posizione della Regione Lazio, amministrazione che dovrebbe elaborare una strategia per la conservazione delle acque: “La Regione Lazio ha precisato – si legge nella risposta presentata ieri in commissione ambiente della Camera dei deputati – che sarà richiesta ai gestori del Sistema idrico integrato l’entità degli investimenti messi in atto nell’ultimo biennio e programmati per l’immediato futuro in ordine al recupero delle perdite”. Tutto bene, dunque? “Oltre a quelle fisiche sulle adduttrici – prosegue il documento – vanno ricercate nei prelievi sine titulo e sulle morosità”. Un quadro, quello descritto dal ministero dell’Ambiente molto lontano dalla realtà.

Gli acquedotti colabrodo
Roma era la città dell’acqua per antonomasia. Fu forse una delle prime Capitali della storia a vedere la realizzazione di imponenti acquedotti. Nei primi anni del ‘900 l’allora sindaco Nathan creò Acea, l’ente della capitale che ha creato e gestito la rete idrica. In fondo le cose sono andate benino fino alla fine degli anni ’90, quando su spinta della giunta guidata da Francesco Rutelli si decise di aprire le porte ai privati, trasformando l’azienda pubblica in società per azioni, quotandola in Borsa. Poi nel 2002 venne creata Acea Ato 2 Spa, il maggiore gestore d’Italia, che oggi gestisce i rubinetti di 3,6 milioni di abitanti, distribuiti in un centinaio di Comuni. La rete complessivamente misura 12.600 chilometri, servita da tre grandi acquedotti. Un mostro che ha macinato utili milionari, grazie a quella remunerazione garantita del capitale teoricamente abrogata dal Referendum del 2011, ma ritornata di fatto in vigore dopo il passaggio delle competenze sulla tariffa all’Autorità dell’energia e del gas. Dal 2003 al 2011, anno del voto referendario, gli utili secchi entrati nelle casse di Acea sono stati di circa mezzo miliardo di euro. Trend che si è confermato anche nel periodo successivo, grazie alle norme che hanno fatto rientrare dalla finestra quella remunerazione abrogata dal referendum.

Di fronte a questi utili gli investimenti sulla rete sono stati decisamente insufficienti. Lo scrive la stessa Acea in una relazione dell’aprile dello scorso anno, approvata dai Sindaci dell’area metropolitana romana, Roma inclusa: “Ultimo aspetto da segnalare riguarda la forte inerzia che ha caratterizzato gli investimenti di settore, in considerazione del lungo iter attuativo della legge Galli con la conseguente necessità di colmare gap infrastrutturali considerevoli in tempi troppo stretti”. In altre parole abbiamo avuto poco tempo, c’è troppa burocrazia.

L’altro punto essenziale è la programmazione, ovvero, l’esistenza – o meno – di un piano strategico nazionale per la sicurezza degli acquedotti. Nella stessa relazione di Acea si evidenzia questo punto, decisamente molto critico, che riguarda l’intero Paese, oggi in crisi idrica. Il piano generale degli acquedotti – approvato nel 1968, come detto, e modificato nel 1975 – prevedeva il fabbisogno idrico del Paese al 2015: “Il mancato aggiornamento di tale piano – si legge nella relazione – rappresenta una forte criticità per il gestore, in termini di disponibilità ed equa ripartizione della risorsa, atteso che lo sviluppo urbanistico – pianificato e spontaneo – è una peculiarità non solo più della metropoli romana, ma anche dei Comuni dell’hinterland capitolino”. Tra gli anni ’70 ed oggi c’è di mezzo un mare di quartieri cresciuti a dismisura e un cambiamento climatico certamente inimmaginabile 40 anni fa.

Emergenze e procedure di infrazione
L’area della provincia di Roma ha già subito diverse procedure di infrazione della Commissione europea per la gestione del Sistema idrico integrato. Una prima condanna – che riguarda le reti fognarie di Frascati – è già stata definita (procedura C565-10); una seconda, più pesante, che colpisce il comune di Roma (procedura 2014/2059) è in itinere, contestando la violazione della direttiva europea sulle acque “in quanto non è dimostrato che tutto il carico generato (dal sistema fognario) riceva un adeguato trattamento secondario”. Fogne che non funzionano, dunque, con carichi inquinanti che aggravano la situazione dell’acqua.

La prima emergenza idrica era stata dichiarata ufficialmente quindici anni fa, nel 2002. Riguardava la siccità dei comuni della zona sud della provincia di Roma, serviti dall’acquedotto del Simbrivio. Venne nominato commissario straordinario l’ingegnere Massimo Sessa, nome che poi apparirà – senza essere indagato – nell’inchiesta su Anemone e Balducci, per l’interessamento all’assunzione in Acea del figlio dell’ex procuratore di Roma Achille Toro.

La gestione di quella emergenza ha lasciato irrisolti i principali nodi. I dati sulla dispersione idrica reale – ovvero l’acqua che si perde nella rete bucata – sono impressionanti. Secondo il report di Acea la zona a sud di Roma, con un bacino di oltre 500mila abitanti, ha perdite superiori a 23 milioni di metri cubi di acqua ogni 1000 chilometri di rete. Perdite che – stando ad alcuni dati di due anni fa – raggiungono il 40% per cento dell’acqua distribuita. Ci sono, poi, città importanti a sud della capitale – come Velletri e Grottaferrata – che richiedono più di 60 interventi al mese per ogni chilometro di tubatura. Un problema che è stato da sempre attribuito alle gestioni comunali passate, anche se Acea ormai ha in carico questa parte degli acquedotti da più di dieci anni.

Tra siccità e acqua imbevibile
La cattiva gestione degli acquedotti porta con sé conseguenze che vanno oltre la siccità. La mancanza di acqua sufficiente nella rete ha costretto prima i Comuni e poi Acea a ricorrere a pozzi locali. Con un problema: la qualità di queste fonti è pessima. Nella zona a sud della capitale c’è una presenza naturale di arsenico ben oltre i limiti di legge, con un potenziale pericolo per la salute. Dopo anni di deroghe firmate dalla Regione Lazio (prima la giunta Storace, poi Marrazzo ed infine Polverini) ed un ulteriore commissariamento, Acea è stata costretta a preparare un piano di rientro nella norma dalla Commissione europea. La soluzione ideale prevedeva di dismettere le fonti contaminate fornendo solo acqua di qualità dagli acquedotti. Si è preferito la strada in discesa, installando potabilizzatori che richiedono alti costi di manutenzione, abbassando i limiti di arsenico in alcuni casi appena al di sotto dei limiti di legge. Una scelta che, secondo la stessa Acea, garantisce “un grado di affidabilità sicuramente inferiore ai normali sistemi di approvvigionamento”. L’Oms, però, si sta orientando a ridurre a cifre vicine a zero la quantità di arsenico presente nell’acqua potabile, visto che la sostanza è un cancerogeno di classe A. Un’acqua scarsa, anche per la qualità.