Alcune storie sono ingiustizie quotidiane, altre nascondono violenza psicologica e abusi passati come normale prassi ospedaliera. “Quando ho abortito in questa struttura mi hanno fatto sentire un mostro”, “In questa farmacia si sono rifiutati di darmi la pillola del giorno dopo”, “Attenzione, la maggior parte dello staff ospedaliero qui è obiettore di coscienza”. Si avvisano e si scambiano consigli le donne che da tutta Italia hanno iniziato a partecipare a Obiezione respinta, la prima piattaforma nazionale per mappare i medici obiettori di coscienza, ma anche per segnalare la qualità del servizio offerto dalle farmacie di tutta Italia rispetto alla vendita del contraccettivo di emergenza, oppure per raccontare esperienze positive in consultori o visite controverse negli ospedali. Un’iniziativa che nasce dal basso in un Paese con il maggior numero di medici obiettori in Europa insieme al Portogallo e molto spesso sotto accusa per non riuscire a garantire in tutte le strutture il diritto all’interruzione di gravidanza.

La piattaforma è stata lanciata l’8 marzo scorso, in occasione del primo sciopero generale delle donne organizzato dalla rete Non una di meno, e sta muovendo i primi passi proprio in queste settimane. “Le informazioni sui servizi quasi non esistono, i dati del ministero sono vecchi, i registri degli obiettori ci sono ma non permettono di sapere i turni dei medici e quindi di capire quanto il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza sia garantito – racconta Carlotta Cossutta di Ambrosia, collettivo femminista e queer di Milano che è tra i membri del progetto – Serve più informazione, abbiamo bisogno di uno strumento che abbia un’utilità pratica per tutte le donne, che nasca dal confronto tra tutte noi e che quindi sia creato dalla società civile, dal basso”.

Bollino verde per i luoghi che garantiscono i servizi, viola per le esperienze positive, rosso per quelle completamente negative. L’Italia che viene raccontata dalle segnalazioni di Obiezione respinta non è un Paese per donne, ma un posto dove (illegalmente) diversi farmacisti “si rifiutano di vendere la pillola del giorno dopo con varie scuse, magari dicendo che devono ordinarla – racconta Chiara Lombardo del collettivo pisano Aqara – dove in alcuni ospedali, come al Santa Chiara di Pisa, non è possibile prescrivere la Ru486 (la pillola abortiva, ndr) perché i medici non obiettori non riescono a coprire tutti i turni, fino ad arrivare a trattamenti al limite della dignità nei confronti delle ragazze che hanno richiesto un’interruzione volontaria di gravidanza”.

Il progetto, ideato dal collettivo pisano, pochi mesi fa è stato rilanciato a livello nazionale dal tavolo sul diritto alla salute sessuale e riproduttiva della rete Non una di meno. È stato allora che le attiviste si sono rese conto di come in tutta Italia si stessero mobilitando numerose mappature dal basso per segnalare l’accessibilità ad alcuni servizi per le donne. Tra queste PillolaMi, la piattaforma con cui il collettivo milanese Ambrosia ha iniziato a segnalare il modo in cui i farmacisti meneghini permettono (o meno) l’accesso alle pillole del giorno dopo. Progetti locali, fino a poche settimane fa, che hanno scelto di confluire nella mappatura nazionale di Obiezione respinta per creare un’unica piattaforma “in cui le esperienze e le conoscenze siano messe al servizio di tutte – racconta Marta Lovison di Ambrosia – creando un percorso che arrivi fino a sanzionare tutti quei luoghi che ci privano del diritto di scegliere e di autodeterminarci”.

Le segnalazioni possono essere fatte da chiunque, attraverso email o social network, e sono poi caricate sul portale in completo anonimato. “Qualunque persona può raccontare la sua esperienza in ospedali, farmacie, consultori e fare crescere la mappa – continua Chiara Lombardo – Infatti, questo progetto vive grazie alla volontà di tutti di fare valere il nostro diritto di decidere sui nostri corpi e sulla nostra sessualità”. I luoghi mappati vanno dal nord al sud Italia, con una prevalenza di segnalazioni da Toscana, Lombardia e Veneto. “Al sud il problema è molto diffuso negli ospedali – continua la giovane del collettivo Aqara – ma anche al nord ci sono state raccontate esperienze drammatiche, soprattutto in Lombardia”. Tra le storie più forti, quella di una ragazza di Napoli che per abortire ha dovuto cambiare tre ospedali. Per dare un’idea dell’impatto che possono avere il 70% degli obiettori di coscienza italiani, basti dire che questa giovane donna campana se n’è dovuta andare “dal primo ospedale a cui si era rivolta, il Policlinico Vecchio, perché qui accettano solo quattro visite al giorno poiché su venticinque ginecologi solo quattro praticano aborti”, continua Chiara Lombardo.

Mail e messaggi Facebook continuano ad arrivare, sul sito di Obiezione respinta, una community che cresce di giorno in giorno. E anche gli addetti ai lavori, soprattutto medici e farmacisti, a detta delle ragazze del collettivo hanno iniziato a dare i primi feedback. “Alcuni ci dicono che stiamo facendo un grande rumore per nulla – chiude Chiara Lombardo – perché potremmo semplicemente andare da un’altra parte senza mettere in discussione la decisione che medici e farmacisti hanno presto su di noi, sul nostro corpo”. Quindi, cosa vi ha stupito di più di queste prime reazioni? “Il fatto che a non aver accolto bene questa esperienza siano stati soprattutto gli uomini”.