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Omicidi e guerra tra gang, il mea culpa di Crema: “Abbiamo fallito. Più polizia? Non basta, bisogna ascoltare per intercettare il disagio”

Dopo gli omicidi di Abdelaziz e Salama, la Consulta dei giovani è tra le poche istituzioni ad assumersi le responsabilità e insieme a lanciare l'allarme: "Le istituzioni non si occupano delle nuove generazioni"
Omicidi e guerra tra gang, il mea culpa di Crema: “Abbiamo fallito. Più polizia? Non basta, bisogna ascoltare per intercettare il disagio”
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“Abbiamo fallito perché non siamo stati in grado di intercettare il disagio e le istanze di una importante componente giovanile. Chiediamo agli adulti e alle istituzioni di non lasciarci soli. Dobbiamo unire le forze e cercare di curare la nostra città malata”. A battersi il petto più volte, dopo l’omicidio del 19enne Youssef Rama Abdelaziz a opera di due 23enni di origini albanesi e un 25enne senegalese, sono i ragazzi della Consulta dei giovani di Crema, una città che ora si interroga. Mentre il sindaco Fabio Bergamaschi (Pd) punta il dito contro il governo chiedendo “più Stato sul territorio” e la maggioranza del consiglio comunale locale lancia un appello a non strumentalizzare l’episodio, il presidente della Consulta Marco Valcarcel è tra i pochi ad assumersi delle responsabilità: “Se è vero che alcune componenti delle giovani generazioni non considerano più le istituzioni, è altresì vero che le istituzioni non si stanno occupando a pieno delle giovani generazioni. Da oggi inizieremo a fare ciò che non siamo riusciti a fare prima, cioè ascoltare, essere presenti, uscire dalla nostra bolla per avvicinarci a chi finora non abbiamo saputo raggiungere”.

A Crema, già ad aprile, un altro giovane, Hamza Salama, un 20enne di origine egiziana, era stato ammazzato in strada da un 17enne di origine marocchina. Faide tra rivali. Regolamenti di conti. Aggressioni a opera di giovani “figli” del territorio: ragazzi (anche minori non accompagnati) che hanno frequentato le scuole di Crema. Qualcuno di loro – riferiscono i più informati – era stato segnalato ai servizi sociali. Abdelaziz era stato attenzionato dalle forze dell’ordine. La notte del 20 giugno scorso era stato protagonista di una furibonda lite in un quartiere di periferia. Quella sera a cercare di calmare le acque era intervenuta la consigliera comunale d’opposizione Ilaria Chiodo denunciando l’uso da parte di questi ragazzi della cosiddetta “droga del palloncino”. Tutto ben noto a tutti ma non è bastato. Lo sa Valacarel che dice: “Le radici di questo male sono profonde, non si sono palesate dal nulla: sarebbe ingenuo pensarlo”.

E se il primo cittadino ribadisce la necessità di un incremento delle risorse a disposizione, l’assessore alla Cultura e alle politiche giovanili, Giorgio Cardile, 33 anni, aggiunge a IlFattoQuotidiano.it: “Di fronte a fatti così drammatici non esiste un unico responsabile. Ognuno, secondo il proprio ruolo, deve assumersi la propria parte di responsabilità. Le istituzioni devono condividere il dolore della comunità e trasformarlo in un impegno ancora più forte per sostenere le famiglie, accompagnare i giovani, rafforzare la prevenzione e garantire sicurezza e legalità. Una comunità matura non sceglie tra educazione e sicurezza: ha bisogno di entrambe”.

L’analisi di Cardile non ammette il fallimento, citato dal presidente della Consulta e neanche l’idea di una “città malata”: “Le istituzioni stanno sostenendo le famiglie, costruendo una comunità educante insieme a scuole, servizi sociali, oratori, società sportive e associazioni. Non è solo una questione di origine, ma di fragilità sociali che aumentano spesso in relazione a background migratori e che richiedono responsabilità condivise e opportunità di inclusione. Tuttavia tutto ciò non annulla il rischio che determinate situazioni si verifichino perché poi ci sono gli individui con le loro scelte e l’assunzione della responsabilità delle loro scelte”.

A raccogliere l’appello della Consulta è Enrico Fantoni, direttore dell’ufficio Migrantes della diocesi di Crema: “Di fronte a certi episodi ci si sente nudi; sembra che in questi anni non si sia fatto nulla. Evidentemente non basta ciò che si è messo in campo. Qualcosa non ha funzionato. Serve il coraggio di dire dove abbiamo sbagliato”. Fantoni non nomina direttamente il sindaco ma le sue parole sono chiare: “La richiesta di più polizia va bene ma la deterrenza non è sufficiente. È la prevenzione che serve. Dovremmo riunire tutte le persone che hanno un progetto educativo e uscire delle dinamiche del piccolo gruppo”.

L’ex insegnante, collaboratore del vescovo monsignor Daniele Gianotti, ammette che la città è malata di “sperequazioni sociali”. E aggiunge: “Qui gli affitti partono da 600/700 euro per un monolocale. Le case popolari sono un miraggio”. Così chi arriva a Crema da un Paese più povero dell’Italia, cerca un alloggio in periferia dove crescono giovani vittime della dispersione scolastica, dell’abbandono, dell’esclusione sociale. Lo sa bene, Michele Gennuso, neurologo, ex assessore ai tempi di Stefania Bonaldi (Pd) e ora referente di “Libera”: “La relazione con il male non nasce ora. La violenza c’è sempre stata forse l’errore è restare in superficie. Sono inevitabili situazioni del genere ma la realtà è che siamo immersi nelle dinamiche di guerra e di conflitto”.

Il medico la prende alla larga ma poi ammette: “I ragazzi ammazzati ma anche i loro aggressori sono giovani cresciuti nella nostra comunità, nelle nostre aule. Eppure, quando ad aprile è stato ucciso il 20enne non è stata fatta nemmeno una fiaccolata…”. A dribblare la provocazione della Consulta è il mondo della Scuola che in queste ore è stato zitto. Interpellato dal Fattoquotidiano.it, Paolo Carbone, dirigente dell’istituto “Mandela” e della secondaria “Sraffa”, uno dei presidi più noti del Cremasco, svia la questione: “Cerchiamo di fare la nostra parte. Ci sono situazioni a rischio dispersione, la scuola fa quel che può. Possiamo non lasciarli soli accompagnandoli nel loro percorso, anche nei loro errori. Non voglio fare altre dichiarazioni”. Intanto, Crema, non è più la città di “Chiamami col tuo nome”, il film di Luca Guadagnino che aveva scelto la città come set ma quella della guerra tra gang.

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