L’obiezione di coscienza è un diritto o un ostacolo alla libertà? L’ultimo caso a far discutere è stato quello di Valentina Milluzzo, la 32enne che ha perso la vita a Catania insieme ai suoi due gemelli e per il cui decesso i familiari accusano un medico obiettore. La storia ha fatto il giro del mondo, sollevando una riflessione sulla possibilità di abortire. A partire proprio dall’Italia, che con la sua alta percentuale di obiettori che arriva al 70 per cento, sfiorando il 90 per cento in alcune regioni e strutture, rappresenta un esempio singolare di come possa degenerare in casi estremi l’applicazione della legge. Ma com’è la situazione in Europa e negli altri Paesi? Anche all’estero la cronaca è costellata di episodi tragici più o meno recenti che riguardano l’aborto e il diritto, spesso negato alle donne, di interrompere una gravidanza, con epiloghi non molto diversi dai casi registrati in Italia. Ci sono stati dove l’aborto non è consentito per legge, altri che non contemplano nemmeno l’obiezione di coscienza, mentre in alcuni Paesi gli obiettori, a differenza di quanto accade in Italia, sono in minoranza e discriminati rispetto ai colleghi. Quello che è certo è che ovunque l’obiezione di coscienza per medici e personale sanitario è consentita per legge, il dibattito rimane aperto tra i movimenti religiosi e pro-life antiabortisti e chi invece sostiene l’importanza di uno stato laico che garantisca i diritti al di là dei credo e delle morali individuali.

Aborto vietato e limiti all’interruzione di gravidanza
Nel mondo la pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza è vietata in otto paesi, tra cui Città del Vaticano e Malta. Ci sono però stati in cui l’aborto è consentito solo in casi limite. In Irlanda, per esempio, vi si può ricorrere esclusivamente da alcuni anni in caso di pericolo per la vita della madre. La legge sugli aborti vigente nel Regno Unito fino a poco tempo fa non si applicava nemmeno all’Irlanda del nord, e per questo migliaia di donne in passato erano costrette a migrare in Gran Bretagna per interrompere una gravidanza. In altri Paesi poi, ci sono criteri molto restrittivi. In Polonia, dove è da poco fallito il tentativo di varare una legge per inasprire il ricorso all’interruzione di gravidanza, si può abortire solo per una grave malformazione del feto, per il rischio di morte della madre o in caso di stupro. Come è accaduto qui, non sono rare in Europa e nel mondo le manovre di gruppi conservatori o movimenti pro-life per modificare le leggi sull’aborto e fare pressione per andare nella direzione opposta all’applicazione del diritto all’interruzione di gravidanza. In Spagna il tentativo di dare un giro di vite alla legge Zapatero sull’aborto è stato portato avanti senza successo nel 2013, e negli Stati Uniti sono sempre più gli stati che cercano di far approvare leggi per limitare l’accesso all’aborto, come di recente è stato cercato di fare in Texas.

Obiezione di coscienza: in Italia una delle percentuali più alte
Se a volte ci pensa la legislazione a mettere dei paletti al diritto di autodeterminazione delle donne e alla libera scelta di portare o meno a termine una gravidanza, in paesi come l’Italia, in cui l’aborto è garantito dalla legge 194 del 1978, la clausola dell’obiezione di coscienza per medici e personale sanitario rende di fatto a volte difficile l’applicazione della normativa. E questo perché, anche nelle strutture pubbliche, la percentuale di ginecologi obiettori, che in media è del 70 per cento, è una delle più alte in Europa. A farne le spese sono i pochi sanitari che si prestano a fornire i servizi, che rischiano di essere mobbizzati e di dover dire addio alla propria carriera per essere relegati per sempre ad eseguire interruzioni di gravidanza. Una situazione denunciata da Laiga, Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78, che si batte da anni a difesa dei medici non obiettori e per la tutela del diritto delle donne ad abortire. “In Italia è sempre più difficile non essere obiettori – spiega Silvana Agatone, presidentessa dell’associazione – Il nostro Paese è messo male, siamo i peggiori, quasi al pari della Polonia, però ancora non si fa nulla per cambiare le cose”.

Ma non è così ovunque.
In Gran Bretagna, per esempio, si verifica l’opposto di quanto succede in Italia. Qui l’obiezione raggiunge circa il 10 per cento e a seguito di un recente rapporto parlamentare la British Medical Association ha denunciato che sono proprio gli obiettori di coscienza, in prevalente minoranza, a essere discriminati rispetto ai colleghi che si prestano a eseguire interruzioni di gravidanza, andando incontro a vessazioni e negate possibilità di carriera. In Europa poi ci sono Paesi in cui l’obiezione di coscienza e quindi la possibilità di astenersi dall’esecuzione di un aborto non è riconosciuta dalla legge. In Svezia i medici obiettori non esistono: la legislazione semplicemente non contempla in generale nelle strutture pubbliche la scelta di rifiutarsi, per motivi etici o religiosi, di assistere una donna che abbia scelto un’interruzione di gravidanza o di prestare un servizio previsto dalla legge, e i sanitari che lo fanno rischiano il licenziamento. Lo stesso vale in Finlandia, dove l’obiezione di coscienza non è riconosciuta dal sistema sanitario e dalla normativa. Ci sono poi stati come Norvegia e Germania (in cui la percentuale di obiettori è circa del 6 per cento) che permettono alle strutture sanitarie di valutare tra i requisiti per le assunzioni di personale medico anche la volontà o meno di eseguire o partecipare a pratiche di aborto.

Attualmente, secondo dati diffusi da una ricerca inglese pubblicata sul portale BioMed Central, 21 stati membri dell’Unione Europea garantiscono l’obiezione di coscienza per legge, ma la percentuale e l’applicazione varia da Paese a Paese. Il “Libro bianco sull’obiezione di coscienza e il rifiuto di fornire assistenza riproduttiva” stilato nel 2014 dal network internazionale di medici Global doctor for choice, metteva a confronto i dati di Paesi che riguardano gli anni dal 1998 al 2013. Dal report l’Italia, con il suo 70 per cento di ginecologi obiettori e il 50 per cento di anestesisti, risultava già qualche anno fa fanalino di coda in Europa, seconda solo al Portogallo, che registra l’80 per cento di obiettori ginecologi che rifiutano di praticare l’aborto. In Spagna, come in Italia, i medici devono dichiarare di essere obiettori e l’obiezione è molto radicata, ma gli aborti sono delegati per la maggior parte a cliniche private convenzionate, esonerando così le strutture pubbliche dal problema. In Austria invece, dove la legge non costringe nessuno a eseguire aborti, non tutte le regioni dispongono dei servizi per l’interruzione di gravidanza e si assiste al fenomeno della migrazione interna da parte delle donne. Le cose sembrano andare meglio in Francia, dove gli obiettori sono il 3 per cento e i medici che si rifiutano di fornire il servizio sono obbligati comunque a prestare assistenza indirizzando i pazienti verso colleghi non obiettori.

Stati Uniti e resto del mondo
Lo stesso accade in Argentina, dove la percentuale di obiettori in ostetricia e ginecologia supera il 75 per cento, ma la maggior parte dei sanitari dovrebbe essere disponibile a intervenire in caso di gravi anomalie del feto, di rischi per la vita della madre e di stupro o incesto. Anche in Canada un medico non può rifiutarsi di assistere una paziente a causa dell’obiezione di coscienza, ma è richiesto ugualmente l’intervento oppure di indirizzare il paziente ad altri colleghi. La vita per le donne che vogliono abortire non è facile nemmeno negli Stati Uniti, dove secondo uno studio universitario, su due terzi di personale medico che assiste agli aborti, solo un terzo è disposto a praticarlo. In ogni stato sono state approvate clausole per la regolamentazione dell’aborto che permettono ai medici di scegliere di fornire o meno il servizio, e la legge federale tutela i sanitari che non vogliono eseguire interruzioni di gravidanza, che possono presentare reclami se si sentono discriminati. Eseguire aborti nelle fasi finali della gestazione è vietato in 43 stati Usa salvo in caso di rischio per la salute della donna, e per le minorenni in 38 stati è obbligatorio il consenso dei genitori. La pressione di attivisti antiabortisti e movimenti pro-life si è fatta sentire negli anni, e oggi sempre più stati cercano di adottare misure restrittive alla legge per le interruzioni di gravidanza, come è già accaduto in 27 di essi, provocando la chiusura di molte cliniche. Il presidente Barack Obama ha cercato di introdurre un nuovo corso con la sua riforma sanitaria cercando di dare un taglio all’obiezione di coscienza a favore della tutela dei diritti della donna, attirando su di sé le ire di vescovi e organizzazioni religiose, ma in Usa l’obiezione di coscienza è ancora ampiamente diffusa, soprattutto negli stati più conservatori.

Italia, aborti in diminuzione
In tutto questo l’Italia si posiziona come uno degli stati dove ancora c’è molto da fare per la tutela del diritto all’aborto. Nell’ultimo rapporto del ministero della Salute sull’applicazione della legge 194 dell’ottobre 2015, il ministro Beatrice Lorenzin ha fornito dati confortanti sul numero di aborti nel confronto con l’estero negli anni 2013-2014, che vedono le percentuali italiane in linea o inferiori rispetto agli altri stati, ma secondo le organizzazioni che si battono per i diritti delle donne, questo sarebbe in realtà soltanto il segnale che in Italia è sempre più difficile abortire e fare abortire. Lo dimostrano anche le due sentenze del 2014 e del 2015 del Comitato Europeo sui Diritti Sociali del Consiglio d’Europa sui ricorsi presentati proprio sull’applicazione della legge 194, che hanno puntato il dito sull’alto numero di obiezioni che impedisce di fatto il diritto all’aborto. “I dati forniti dal ministero non sono aggiornati, si vuole negare ancora l’evidenza delle cose – ha denunciato Loredana Taddei, responsabile nazionale Cgil delle politiche di genere, che ha presentato uno dei reclami – Dopo i due ricorsi accolti dall’Europa, il governo non ha ancora fatto nulla per migliorare la situazione”.

Le proposte di Laiga
Eppure le strade per risolvere il problema ci sarebbero. In un convegno organizzato recentemente da Laiga, sono state individuate alcune proposte per garantire il diritto delle pazienti in applicazione a quanto previsto dalla legge. Per esempio, il professionista che richiede lo status di obiettore di coscienza non dovrebbe lavorare nei reparti in cui si praticano aborti. E ancora, il 50 per cento dei posti nei concorsi pubblici dovrebbe essere riservato a medici non obiettori, e ci dovrebbe essere almeno una struttura per provincia attrezzata per eseguire aborti volontari e terapeutici. Un’altra soluzione sarebbe anche l’istituzione di un albo pubblico per ogni ospedale, in cui vengano riportati i dati relativi all’obiezione di coscienza. “Solo in questo modo si potrebbe garantire la trasparenza, perché molti obiettori si vergognano di esserlo, invece la loro posizione dovrebbe essere pubblica – chiarisce la presidentessa Silvana Agatone. – Le nostre proposte non sarebbero difficili da attuare, quello che manca è la volontà politica”.