“Non parlerei di emergenza per quel che riguarda gli arrivi di migranti con fragilità psichiche di varia entità, seppure i numeri siano importanti; piuttosto definirei emergenziale la radicale mancanza di adeguati strumenti e strategie da parte delle nostre istituzioni, in grado prendere in carico queste persone”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è il professor Roberto Beneduce, etnopsichiatra e antropologo, che sabato 27 maggio al Festival dei Matti di Venezia (26-28 maggio), giunto alla ottava edizione (www.festivaldeimatti.org per il programma completo), ne ha parlato con gli psichiatri basagliani Angelo Righetti, Luciano Carrino, Govanna del Giudice e con Grègoire Ahongbonon, noto anche come il “Basaglia nero” perché in Africa si occupa di sottrarre a condizioni disumane i cosiddetti ‘matti’, demonizzati, incatenati e abbandonati sulle strade. “Quello che manca  – spiega – sono figure appropriate capaci di gestire le sofferenze di esseri umani provenienti da contesti geopolitici problematici e violenti. Persone che hanno subito violenze inimmaginabili”. Una giornata, quella di oggi, quasi interamente dedicata alla “Follia degli Ultimi”, la “dannazione – si legge nella presentazione dell’incontro – che ancora grava sulle vite di chi viene detto matto e scambiato per la parola che lo chiama”.

Beneduce è anche il fondatore del Centro Fanon di Torino, un servizio di counselling, psicoterapia e supporto psicosociale per gli immigrati, i rifugiati e le vittime di tortura. Un centro che fino a oggi ha assistito oltre duemila immigrati grazie all’opera di 15 operatori che formano quell’ideale gruppo di lavoro in grado di gestire le fragilità psichiche dei migranti. Si tratta di medici psichiatri, psicologi, mediatori culturali con una specifica competenza nell’area dell’assistenza psicologica e psichiatrica, antropologi ed educatori professionali. Sono, di fatto, quelle “figure appropriate” citate da Beneduce, che attualmente mancano nel percorso assistenziale in cui, spesso, si vengono a trovare i migranti che arrivano in Italia.

“Spesso – prosegue Beneduce – si fanno diagnosi passe-partout e si fa ricorso alla nozione, troppo vaga, di “vulnerabilità”. Ma la sofferenza di queste persone ha molti volti e bisogna tenere conto di diverse variabili quando ci si rapporta con le problematiche psichiche dei migranti, perché il rischio è che poi a diagnosi errate seguano terapie errate”. Un modello di analisi delle sofferenze psichiche dei migranti e dei profughi indica tre momenti del loro percorso, nel corso dei quali si determina l’insorgenza di patologie psichiche: “Un primo momento di sofferenza – spiega Beneduce – è originato dai contesti da cui provengono i migranti, contesti spesso caratterizzati da violenza sociale e politica; c’è poi un secondo momento critico, che è quello del viaggio, nel corso del quale, spesso, persone che scappano dai loro paesi si trovano di fronte alla violenza dei trafficanti di esseri umani o delle forze dell’ordine alle frontiere; il terzo momento di sofferenza è determinato, infine, dall’incertezza dei sistemi in cui vengono accolti, dall’incompletezza delle risposte fornite alle loro problematiche, dalla mancanza di coordinamento fra i diversi attori, ciò che spesso fa del casuale incontro con persone giuste la sola possibilità di cambiare il proprio destino”.

Secondo Beneduce, da oggi in avanti l’impegno del Ministero della Sanità e degli altri organi istituzionali in campo, “dovrebbe essere quello di non ragionare più in termini di emergenza, ma di creare percorsi sicuri in grado di fornire un’adeguata assistenza a coloro che hanno fragilità o bisogni particolari”. Che sono tanti, ma è difficile fare una stima numerica di quanti migranti arrivino in Italia e in Europa con problemi psichici. Da solo il centro Fanon, come detto, ne ha assistititi oltre duemila, “ma posso dire con ragionevole certezza che anche chi arriva in condizioni di relativa stabilità psichica, spesso si ritrova poi a sviluppare fragilità per le condizioni in cui è costretto a vivere. Quando il loro progetto va in fumo, e la protezione internazionale non viene garantita, si generano disturbi di varia espressione: da una insonnia ostinata fino a sintomi più seri, fra i quali, talvolta, una inspiegabile aggressività”.

C’è poi un aspetto non secondario che Beneduce rileva ed è quello che riguarda le società di accoglienza “nelle quali sono sempre più presenti sentimenti di paura, sensazioni di assedio o un’autentica fobia verso lo straniero. Quando parliamo di sofferenza psichica riferita ai migranti e alle migrazioni, dobbiamo considerare anche questo aspetto, sempre più importante perché oltre a generare sofferenze in chi accoglie, ne genera anche in chi dovrebbe essere accolto. Per questo è necessario curare anche le ansie delle società di accoglienza”.