Durante il festival di Venezia 2009 Bernardo Bertolucci spiegava i segreti del restauro de La via del petrolio e Jonathan Demme se ne stava seduto a prendere appunti in mezzo alla gente, tutto rintanato e silenzioso, in t-shirt, sandali e quadernetto, come uno scolaro. Vale la pena di ricordare così il regista 73enne morto la scorsa notte a New York dopo una lunga malattia. Con quella sua aria malinconica e riservata, da artista riflessivo e intellettuale dello stile, lui figlio della factory di Roger Corman, forse l’ultimo vero regista concettualmente indipendente e autore a tutto tondo dentro alla Hollywood affogata di superficialità dei primi anni novanta. Demme ha girato almeno tre indimenticabili film che lo ergeranno per sempre tra i più grandi della storia del cinema: Il silenzio degli innocenti (1991), che gli fece vincere l’Oscar come miglior regista, Philadelphia (1993), e The Agronomist (2003). Mai una parola di troppo, mai una polemica fuori luogo, Demme ha sempre lavorato dentro il sistema industriale/commerciale ritagliandosi uno spazio produttivo importante e facendo parlare i suoi film. Molte riviste americane hanno più volte sottolineato come Demme fosse divenuto celebre formalmente per il suo uso del close-up, dei primi piani, stretti, strettissimi, non proprio alla Leone, ma come febbrilmente appiccicati a occhi e visi dei suoi protagonisti, Da europei, studiosi di Nouvelle Vague, ricordiamo che ne Il silenzio degli innocenti, film che oltretutto riscrive i codici di un genere diventando probabilmente l’unico thriller/horror a vincere un Oscar, Demme utilizza più che altro l’uso della soggettiva in moltissime inquadrature in cui l’obiettivo si sostituisce all’agente Starling (Jodie Foster), intenta ad esplorare lunghi corridoi delle carceri, oppure nella sequenza finale al buio quando la macchina da presa è una contro-soggettiva dell’assassino con il visore notturno colorato di verde smeraldo. Una prossimità e un’immediatezza di sguardo che hanno trasformato Il silenzio degli innocenti in una pietra miliare del cinema di genere, aperto alle masse, preconizzatore del filone serial killer su grande schermo, poi diventato sport praticato da mille cineasti amatoriali.

Demme comincia la sua carriera come un qualunque garzone di bottega, dirigendo e sceneggiando nel 1974 Femmine in gabbia, violenza e nudità femminile come la New World di Corman esigeva, cult movie dalle intuizioni visive notevoli, che già mostra una delle doti più evidenti nella sua arte: sapere tenere in equilibrio parola ed immagine (qui inizia il sodalizio trentennale con il direttore della fotografia Tak Fujimoto), magmaticità della storia e ritmo nel montaggio, significato del racconto legato al commento musicale (nel bizzarro Femmine in Gabbia c’è infatti un altrettanto sperimentale John Cale, ma come non ricordare Bruce Springsteen con la struggente Streets of Philadelphia per Philadelphia?). Nel 1980 grazie ad un investimento produttivo Universal raccoglie il plauso di molta critica con Una volta ho incontrato un miliardario (in originale: Melvin and Howard) e racimola due Oscar (attrice non protagonista e sceneggiatura originale). Niente male per un 36enne che, appunto, aveva imparato benissimo la lezione tra costi e ricavi, e anche un po’ di estetica del buon Corman. Sono però le due commedie, Qualcosa di travolgente (1986), interpretato da Melanie Griffith e Jeff Daniels, e Una vedova allegra… ma non troppo (1988), interpretato da Michelle Pfeiffer e Matthew Modine, a offrirgli la definitiva consacrazione degli studios che gli affidano la produzione di un film che farà storia. Il silenzio degli innocenti che respira dell’affanno, della paura, e della foga dell’agente Starling diventerà l’abbecedario per ogni regista che si cimenterà nel thriller/horror e soprattutto guadagnerà oltre 145 milioni di dollari nel mondo a fronte di 19 milioni di dollari di budget.

In molti ricordano tic e sadismo di Hannibal (non proprio farina del sacco di Demme), ma tutti gli accorgimenti ambientali e fotografici cupi e sinistri, quella sorta di percezione sensoriale quasi olfattiva in alcuni tratti e di inevitabile materica violenza in altri, sono intuizioni di Jonathan che poi nemmeno due anni dopo bissa successo e un ancora un paio di Oscar. Philadelphia è il primo film hollywoodiano a largo budget ad affrontare di petto il tema dell’AIDS. Ancor meglio: a mostrare l’ingiustizia di una storia vera e privata, quella dell’avvocato Andrew Beckett (lo straordinario Tom Hanks), trasformandola in un trattato pubblico sulla tolleranza tra esseri umani e l’amore verso il prossimo da far commuovere anche i cuori di pietra. Dopo il 1994 Demme sembra come fermarsi. Nel 1998, in piena epoca dem clintoniana, adatta Beloved di Toni Morrison, ma l’epopea nera interpretata nientemeno che da Oprah Winfrey, Danny Glover e Thandie Newton è un grosso flop al botteghino. Da qui i due remake di grande pregio come lo spassoso The Truth About Charlie nel 2002 che si rifà da novello e avventuroso Truffaut a Sciarada di Stanley Donen, e il più politico The Manchurian Candidate nel 2004 quando l’originale di John Frankenheimer ai tempi della guerra fredda aveva già impressionato spettatori e critica.

Per questo va segnalato come Demme si dedichi in questi anni soprattutto al documentario nella sua forma più pura e combattente. The Agronomist (2003), biopic sull’incredibile e misconosciuta figura dell’haitiano Jean Dominique, il creatore della prima radio libera – Radio Haiti Inter – sotto la dittatura sanguinaria di Duvalier, lo fa collocare di diritto nell’Olimpo degli Ivens, Wiseman, Pennabeker e Vertov. Quella voce tonante e roca, quel ratatà della mitragliatrice che il protagonista evoca oralmente premonitore della sua fine, si intreccia alla mostruosa e nitida chiarezza di una storia di resistenza intellettuale, etica e materiale, contro ogni disumana limitazione del diritto alla libertà di espressione e di vita. Gli altri tentativi documentari di Demme prima e dopo The Agronomist non hanno questa portata suprema, seppur Man from Plans su Jimmy Carter e uno a caso dei doc musicali (ce ne sono su Neil Young e perfino Justin Timberlake o quello sui Talking Heads – Stop making sense, 1984) siano godibilissimi esempi su come si usi una macchina da presa senza la più scontata ripetitività dell’intervista fronte macchina tipica del documentario. È solo con un’altra gemma stilistica anarchica e insolente, travolgente e spassosa nel racconto, variopinta e densissima sintesi significante nel finale che Demme raggiunge l’apice della carriera. Rachel get married (Rachel sta per sposarsi) è un’infinita istantanea, insinuante macchina a mano, anzi se la memoria non ci inganna, camouflage di strumenti di ripresa/punti di vista di diverso formato, nella preparazione e svolgimento della lunga cerimonia di un matrimonio dove Demme srotola idiosincrasie, ipocrisie e strappi tra i componenti di una famiglia americana contemporanea declinata al privato che incolla pezzi di vetro e cocci di vita vissuta tra le fasi delle nozze musicalmente e antropologicamente multietniche di Rachel Buchman. La gioiosa modalità di messa in scena, il fine ultimo di un cinema che nei suoi obiettivi di massima cerca sempre un messaggio di speranza e di democrazia, di storia sussurrata nel caos dell’oggi, è ciò che ci lascia Jonathan Demme: regista gentile, impegnato, sincero.