La Basilicata il 4 aprile scorso aveva avvertito l’Eni di fermare la contaminazione di ferro, manganese e idrocarburi dovuti a un’avaria in un pozzetto verificatasi a febbraio nel Centro Olio. Ma ha riscontrato “inadempienze e ritardi rispetto alle prescrizioni regionali”. Per questo la Giunta regionale della Basilicata ha “deliberato la sospensione di tutte le attività del Centro Olio Val d’Agri (Cova) dell’Eni” di Viggiano (Potenza) dove ogni giorno vengono lavorate decine di migliaia di barili di petrolio. La decisione, “è stata successivamente comunicata dal presidente della Regione, Marcello Pittella (Pd) ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, Gianluca Galletti e Carlo Calenda”. Il Cane a Sei Zampe ne ha preso atto “ed è in attesa di poter esaminare i contenuti della delibera della Giunta regionale”. La compagnia “sottolinea che le operazioni per la messa in sicurezza e le attività di caratterizzazione sono condotte con la massima diligenza e impiego di risorse, offrendo continua e fattiva collaborazione a tutti gli organi competenti”.

La Regione, dieci giorni fa, aveva inviato una lettera a firma del presidente Pittella al gruppo petrolifero perché predisponesse “con immediatezza tutte le misure idonee ad evitare che la contaminazione proveniente dall’area del centro oli di Viggiano (Potenza) possa espandersi in direzione del Fondo valle”. La lettera era la conseguenza della riunione fra Pittella e l’Arpab (Agenzia regionale per l’ambiente della Basilicata), durante la quale sono stati esaminati i dati di alcuni prelievi fatti dai tecnici che hanno dimostrato un inquinamento di manganese, ferro – definito “molto cospicuo” – e idrocarburi policiclici aromatici fuori dal recinto del Centro olio. In particolare, la Regione aveva chiesto all’Eni di realizzare una “barriera idraulica lungo il confine del Cova” e, “con la massima urgenza, una seconda linea”. Inoltre erano stati chiesti controlli sulla falda acquifera e “al più presto possibile i risultati del monitoraggio, con cadenza almeno bisettimanale, delle acque di drenaggio che defluiscono immediatamente a valle della Statale 598 (Fossa del Lupo) al fine di poter evidenziare eventuale trend di contaminazione in atto”. L’ultima richiesta riguardava la realizzazione “con immediatezza” di “un modello idrogeologico di tutta l’area interessata dal quale si possano
evincere dati quantitativi sui moti di filtrazione”.

Sette campioni prelevati dall’Arpab fuori dall’impianto, analizzati nelle scorse settimane, avevano dimostrato la presenza, “molto cospicua”, di inquinanti dopo l’avaria. Pittella poi rispondendo all’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, che, il mese scorso, aveva detto che la compagnia era pronta a fare altri cospicui investimenti in Basilicata, aveva replicato con durezza: “Prima l’area del Centro Oli deve essere messa in sicurezza, poi possiamo parlare dei progetti futuri dell’Eni”. Indagini dell’Arpab erano state fatte anche nelle acque della diga del Pertusillo, sempre in Val d’Agri, dove era stata notata una colorazione scura dell’acqua. Ma le analisi avevano dimostrato che si trattava di un processo dovuto alle alghe. Poco più di un mese fa l’8 marzo Descalzi, nel corso di un’audizione alla commissione Industria del Senato, riferendosi all’avaria aveva detto: “Non penso che sarà chiusa la produzione in Val d’Agri, stiamo facendo tutto quello che deve essere fatto perché la cosa sia risolta” parlando di uno sversamento, ha pero’ puntualizzato, “minimo e superficiale”.

L’impianto è stato al centro di un’inchiesta penale. Il 24 febbraio scorso i pm di Potenza, Francesco Basentini e Laura Triassi, nel corso dell’udienza preliminare avevano chiesto il rinvio a giudizio per le 58 persone e le dieci società coinvolte nell’inchiesta sulle estrazioni petrolifere in Basilicata. Il 31 marzo 2016 l’inchiesta portò infatti a sei ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari, a una sessantina di indagati, e alle dimissioni dell’ex ministro per lo Sviluppo Economico, Federica Guidi (non indagata) per le telefonate con l’ex compagno, Gianluca Gemelli. Fu anche disposto dal gip il sequestro preventivo di alcune vasche del Cova, e di un pozzo di reiniezione, poi dissequestrati dopo i lavori di modifica richiesti dalla Procura. Un terzo filone, quello relativo al progetto di stoccaggio del greggio lucano in Sicilia, è stato poi trasferito per competenza a Roma (nei mesi scorsi è stata quindi disposta l’archiviazione per gli indagati in questo ambito).