In un momento nel quale si fanno sforzi sovraumani per impedire un definitivo tracollo dei servizi pubblici italiani vendere la quota statale di Eni è una scelta non più rinviabile. Non tanto perché sia un bene privatizzare – la Corte dei Conti ha da tempo dimostrato che le privatizzazioni non hanno arrecato benefici in termini di tariffe e servizi. Quanto perché l’Eni è già oggi una società privata che ha come unico scopo quello di massimizzare i suoi profitti, sia pure a discapito dei cittadini italiani e del prestigio internazionale del nostro Paese.

La quota statale di Eni è pari al 30,1% per un valore di oltre 16 miliardi di euro. Questi soldi potrebbero essere utilizzati in parte per creare una società interamente pubblica che investa in rinnovabili e tecnologia per il risparmio energetico. L’Eni non riveste alcun ruolo strategico: vende gas, benzina ed elettricità a prezzi di mercato, non garantendo agli italiani una sicurezza nell’approvvigionamento energetico. E’ certamente una società importante che impiega anche personale qualificato. Questo non basta però a giustificare il controllo statale. Altrimenti perché non prendere il 30% di Fca?

Se l’Eni non riveste un ruolo strategico per i consumatori italiani, in compenso non smette di fare danni. Il fatto che lo Stato italiano ne sia il principale azionista, fa ricadere questi danni direttamente sulle spalle dei cittadini italiani. Vediamo come.

Nel sacrosanto referendum sulle trivelle per abolire il rinnovo automatico delle concessioni offshore l’Eni ha partecipato attivamente alla campagna per il No. Il “rinnovo automatico” è un’aberrazione giuridica. Le concessioni andrebbero rinegoziate. Soprattutto andrebbero riviste al rialzo le bassissime royalties per l’estrazione (tra il 4 e il 10%, ma con franchigie tanto alte che la metà delle concessioni non paga royalties) in modo da allinearle ai livelli internazionali: fin dall’inizio dell’industria petrolifera negli Stati Uniti nell’800 le royalties sono almeno del 12,5%.

Recentemente l’Eni ha messo in imbarazzo lo Stato italiano per una gigantesca tangente di oltre 1,3 miliardi di dollari pagata per accaparrarsi l’enorme giacimento OPL245 in Nigeria. La Financial Crimes Commission nigeriana considera che, oltre ad aver ottenuto OPL245 senza che un dollaro sia arrivato nelle casse dello Stato nigeriano, Eni ha contravvenuto alle leggi locali per le quali almeno il 60% di ogni giacimento deve rimanere in mani nigeriane. Oggi il prestigio del nostro Paese in Nigeria, potenza economica e culturale dell’Africa subsahariana, è messo a repentaglio. Senza contare che il governo nigeriano si riprenderà prima o poi la concessione, lasciando una voragine nel bilancio di Eni.

In Egitto invece Eni ha annunciato la scoperta nel Mediterraneo di un giacimento di gas (Zhor) che potrebbe alterare gli equilibri energetici della regione. L’Eni sostiene a spada tratta l’attuale governo egiziano, pronta ad investire di 11 miliardi di dollari, di gran lunga il suo maggior investimento per gli anni a venire. Anche questo è in contraddizione con la necessità per lo Stato italiano di fare completa chiarezza sul rapimento, la tortura e l’uccisione del ricercatore Giulio Regeni da parte di apparati di sicurezza egiziani. L’appoggio di Eni ad Al Sisi contraddice anche la politica ufficiale del governo italiano in Libia: Al Sisi sostiene una parte (Tobruk) che si oppone allo schieramento sostenuto dalla Farnesina (Tripoli).

La lista dei danni potrebbe allungarsi all’infinito. Le ripetute esplosioni di raffinerie Eni o l’inquinamento del Pertusillo in Basilicata dimostrano che il legame tra la politica e l’Eni sono più fonte di collusione che di benefici per i cittadini italiani. In ultima analisi, avere una partecipazione maggioritaria in un’azienda che investe quasi tutto in energie fossili, è in contraddizione con l’interesse strategico del nostro Paese a limitarne drasticamente l’utilizzo.

Il fatto che lo Stato sia azionista di riferimento di una società privata non inverte la tendenza alle privatizzazioni e non garantisce che questa società faccia l’interesse pubblico. Quel che fa la differenza sono gli obiettivi strategici della società, il peso dei lavoratori nell’orientare questi obiettivi, una governance che subordini la società alle istituzioni pubbliche e la costringa ad operare nell’interesse collettivo. Se queste caratteristiche mancano – e nel caso di Eni non ci sono – i dividendi sono solo una concessione che la società privata paga allo Stato per atrofizzare il Parlamento.