“Le autorità egiziane facciano tutto ciò che sono obbligate a fare e che non stanno facendo per fare emergere la verità sulla fine così tragica di Giulio Regeni“. A un anno esatto dall’omicidio del giovane ricercatore, le parole usate dal Consiglio Superiore della Magistratura dimostrano come 365 giorni non siano ancora bastati per riscrivere le ultime ore di vita del 28enne friulano. In 12 mesi, del resto, sul banco degli imputati c’è stato un unico protagonista: l’Egitto e la sua presunta collaborazione alle indagini per risalire ai responsabili e ai mandanti dell’omicidio. Non è un mistero, del resto, che il governo e le forze dell’ordine nordafricane spesso e volentieri hanno offerto un aiuto parziale (eufemismo) agli inquirenti italiani, spesso fornendo versioni contrastanti sull’accaduto. Per molti si è addirittura trattato di tentativi di depistaggio utili a mascherare il reale coinvolgimento dei vertici dello Stato. Dichiarazioni e toni usati dal Csm sono lì a dimostrarlo.

Nel giorno in cui in tutta Italia ci sono manifestazioni per chiedere verità e giustizia per Regeni, una nota ufficiale formulata a nome di tutti i consiglieri dal vice presidente Giovanni Legnini invita Il Cairo a eliminare gli “ostacoli frapposti” al “lavoro importante” di indagine che stanno svolgendo i pm di Roma, ai quali i consiglieri hanno espresso tutto il loro “sostegno”. Sostegno manifestato anche alla famiglia di Giulio, accompagnato dall’impegno a compiere “tutte le azioni che possano rivelarsi necessarie per il raggiungimento della verità”.

La dura presa di posizione di Palazzo dei Marescialli, del resto, è arrivata a poche ore dalle fiaccolate che si terranno in molte città italiane. Obiettivo: sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità nel continuare a indagare per comprendere cosa realmente sia accaduto nella capitale egiziana 365 giorni fa. Tutto parte da un’iniziativa di Amnesty International, che ha organizzato una marcia a Roma con partenza dall’Università La Sapienza. Sull’esempio capitolino, molte alte città dello Stivale hanno messo in campo manifestazioni simili. “Nonostante siano passati 365 giorni, la verità sull’arresto, la sparizione, la tortura e l’uccisione del giovane ricercatore italiano è ancora lontana”è l’appello di Amnesty che ha previsto in diverse piazze italiane l’accensione delle fiaccole alle 19.41, l’ora in cui Giulio uscì per l’ultima volta dalla sua abitazione prima della scomparsa.

Anche la politica e le istituzioni non hanno perso l’occasione per rimarcare l’esigenza di sapere la verità. “Un anno dall’orribile uccisione di Giulio Regeni. Vicinanza alla famiglia. Impegno con la magistratura per ottenere #veritapergiulioregeni” ha scritto il premier Gentiloni su Twitter. “Giulio approverebbe questa campagna di mobilitazione anche perché la sua vicenda tragica è stata assunta a simbolo delle troppe storie analoghe che insanguinano l’Egitto” ha detto invece la presidente della Camera Laura Boldrini, secondo cui “il suo sguardo attento ai diritti di ogni essere umano non accetterebbe nulla di diverso. Una volta di più vogliamo ringraziare Paola e Claudio Regeni – ha scritto la Boldrini su Facebook – Per aver saputo crescere un ragazzo curioso del mondo e aver fatto del loro immenso dolore una richiesta di verità che riguarda tutti”.

A un anno dalla morte del figlio, i genitori di Giulio Regeni hanno rimarcato la loro posizione: “In questo anno abbiamo visto e stiamo ancora vivendo tutto il male del mondo – hanno scritto – Questo male continua a svelarsi pian piano, come un gomitolo di lana, ma questo oltre ad essere il frutto di un costante lavoro di chi segue le indagini è anche il risultato della vicinanza di tutte le persone che in Italia e nel mondo chiedono con noi ‘verità per Giulio'”. Paola e Claudio Regeni, inoltre, in una lettera inviata a Repubblica hanno sottolineato che “in questi 12 mesi intensi, terribili, quello che ci ha dato più calore sono stati i segni dei cittadini, di quelle famiglie come la nostra, semplici, normali, che sono state toccate, sconvolte dalla storia di Giulio – hanno scritto – e oggi ci scrivono, lasciano un fiore sulla sua tomba, ci fanno sentire che non siamo soli”. “La solidarietà è qualcosa di tangibile, di umano, è tutto il bene del mondo” hanno spiegato il padre e la mamma del ricercatore, prima di ricordare che loro figlio “era un contemporaneo, ma soprattutto un ragazzo del futuro. È a lui, alla sua storia, alla sua vita – hanno concluso – che dobbiamo la nostra battaglia per la verità. È Giulio, il suo corpo torturato, quello delle altre centinaia di ‘Giulio d’Egitto‘, che lo chiedono e lo reclamano. Per il nostro dolore ci sarà tempo”. Ora, “vogliamo sapere chi, come e perché, senza saltare nessun passaggio della catena, ha ucciso e torturato nostro figlio. Sappiamo che non siamo i soli a volerlo”.