Non ci sono riuscite le unioni civili, né ci riuscì la riforma penale. La maggioranza di governo va nel panico totale ora che viene eletto presidente di commissione un alfaniano anziché un democratico. Sempre sostenitore del governo Gentiloni è: eppure niente è andato come previsto. Il presidente della commissione Affari Costituzionali doveva essere Giorgio Pagliari, emiliano di Parma che sostiene Renzi al congresso, e invece è diventato Salvatore Torrisi, siciliano, parlamentare di Alternativa Popolare. Un esito che porta il Pd a invocare summit non solo con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ma addirittura colloqui con il Quirinale e, infine, si traduce con diversi contatti tra lo stesso Gentiloni e Angelino Alfano (ministro degli Esteri e leader di Ap) e la richiesta esplicita di quest’ultimo a Torrisi per fargli rinunciare alla poltrona. Nel frattempo per il presidente Piero Grasso fa gli auguri a Torrisi: “Mi sembra la classica tempesta in un bicchier d’acqua. Evidentemente nei mesi in cui Torrisi ha svolto il ruolo di presidente è stato apprezzato anche dalle opposizioni per cui è stato confermato nel suo ruolo a maggioranza assoluta e nel primo scrutinio”. Torrisi, 59 anni, avvocato, catanese di Paternò, finora era presidente reggente della commissione dopo che Anna Finocchiaro è diventata ministro per i Rapporti con il Parlamento.

Detto che la commissione sarà il crocevia della legge elettorale quando arriverà al Senato (per il momento è noto che sia impantanata alla Camera), resta il conto finale dei voti in commissione. Per Pagliari – su cui c’era l’accordo di maggioranza, di cui fa parte anche Ap – votano solo in 11, per Torrisi votano in 16. Lo scrutinio è segreto e quindi non c’è nessun verbale a dire chi vota chi. Si può andare a senso con una ragionevole certezza. Per l’alfaniano hanno votato Forza Italia, Lega Nord, vari di centrodestra come il Gal e Ala, ma anche i tre Cinquestelle e Sinistra Italiana. Per Pagliari sono arrivate le preferenze di grosso del Pd (che in commissione conta su 8 voti), due delle Autonomie, Manuela Repetti (l’ex berlusconiana compagna di Sandro Bondi, da tempo renziana). Su quali resta il dubbio? Su Alternativa Popolare (che qui ha due senatori), sugli ex democratici di Mdp (rappresentati da altrettanti commissari), ma anche su un pezzo di Pd

Così ne è nata una rissa autentica a colpi di comunicati. Il Pd, impazzito come se fosse stato ferito a morte, comincia a distribuire colpe. Prima dice che è un patto sull’asse del sistema proporzionale, prendendosela in particolare con il M5s che “pur di fare un dispetto al Pd” sceglie un alfaniano. Poi i democratici cominciano a fare i nomi, anche se a casaccio. Primo tentativo: Alternativa Popolare. “Un tradimento” lo definisce Lorenzo Guerini. Sono i renziani i più furiosi, se la prendono perfino col capogruppo Luigi Zanda. Ma gli alfaniani rimandano le accuse al mittente: “Calma perché noi gli accordi li abbiamo rispettati votando Pagliari” dicono a più riprese. D’altra parte poco prima della riunione la capogruppo Laura Bianconi aveva assicurato: “Il senatore Torrisi non è in gara per la presidenza della commissione” perché “questa presidenza è e resta nella disponibilità del Partito democratico, voteremo un esponente indicato dal Pd”.

Poi mirino puntato sui Democratici e Progressisti, cioè gli ex compagni di partito, la vittima perfetta. Il più invelenito è Matteo Orfini che attualmente è il reggente del Pd, in attesa delle primarie di fine mese. “Dicono di essere maggioranza ma agiscono contro la maggioranza medesima – dichiara – Si produce un fatto politico, Mdp è uscito dal Pd per votare insieme alla destra contro il governo. Avevano detto di aver fatto la scissione per stabilizzare il governo e stanno facendo la cosa opposta, hanno detto una bugia agli elettori se ne hanno”. Anche qui arriva la replica, della capogruppo Cecilia Guerra: “Una ferita inferta alla maggioranza? Sì, ma inferta da chi? Il Pd guardi in casa propria: è già successo che la maggioranza perdesse una presidenza perché aveva più di un candidato”.

Poiché il cerino gira a cento all’ora il ministro della Giustizia Andrea Orlando, candidato alla segreteria del Pd, chiarisce subito: “Si tratta di un fatto grave che non va minimizzato – afferma a Porta a Porta – Abbiamo avuto una saldatura tra forze politiche di maggioranza e opposizione molto diverse. Serve un chiarimento, altrimenti si rischia lo sgretolamento del nostro sistema di alleanze”. Ma è il primo a parlare di crisi di governo: “Spero non ci sia la crisi. Lo sbocco sarebbero o il voto anticipato o le larghe intese, entrambi pericolose per il Paese e il Pd”.

La giornata finisce con un incontro a Palazzo Chigi tra il capo del governo Gentiloni da una parte e Orfini e Guerini dall’altra. Questi ultimi hanno rappresentato le loro preoccupazioni e il presidente del Consiglio le ha “condivise”, “assicurando da parte sua l’impegno per contribuire al rafforzamento della coesione della maggioranza”. A Gentiloni, racconta Orfini, “abbiamo raccontato cosa è successo” al Senato, “e manifestato la nostra preoccupazione, abbiamo discusso come affrontare questo passaggio perché c’è una ferita che va in qualche modo sanata; è grave quanto avvenuto in una maggioranza di governo che ha sempre garantito una lealtà che specularmente oggi non c’è stata”.