Fa notizia il pesce grosso, ma pure i piranha mordono e fanno male. Sono i poliziotti della Stradale che estorcono buoni benzina per cancellare le multe. Sono gli insegnanti di Nuoro che accumulano anche 90 ore di “pausa caffè”. Medici con lo studio abusivo, tutor che comprano centinaia di tablet coi fondi europei per sparire nel nulla. E’ il mondo dei piccoli furbi che svolgendo un qualche dovere d’ufficio lo infrangono per quattro soldi che, tutti messi tutti insieme, aumentano il livello generale della corruzione, l’inefficienza della macchina pubblica, i costi dello spreco. Con in più la beffa – come vedremo – di un conto non pagato che si scarica proprio sulla giustizia in modo circolare, perché lo Stato non rientra delle spese (cento milioni l’anno) che sostiene per perseguirli e neppure degli interessi sulle somme che dovrebbe incassare a seguito delle condanne che emette. È l’insostenibile peso dell’ordinaria illegalità.

“Minuzzaglie”, le chiamava Giovanni Falcone, che però era Falcone. Più recentemente anche il Pm Nino Di Matteo, n.1 del processo sulla “trattativa”, ha motivato la sua richiesta di trasferimento da Palermo a Roma con l’esigenza di non essere sommerso da fascicoli di poco conto come “furti, rapine e truffe”. Indirettamente risponde il Procuratore capo Franco Lo Voi incoraggiando i suoi 70 pm a perseguire anche “reati apparentemente minori”. Lo scontro riporta a galla un’antica dicotomia tra protagonismo e abnegazione dei magistrati che serpeggia da sempre nel dibattito sul sistema della giustizia e aumenta il generale senso d’impunità che affligge il cittadino perbene, la crescente sfiducia nella giustizia e il dilagare dell’illegalità nei pubblici uffici.

Probabilmente è vero che politici ladrigrand commis degli appalti e grandi evasori  rubano di più ma nuotano a largo come gli squali: se ne stanno asserragliati nei palazzi romani, ospiti delle tv o in fuga all’estero assistiti da schiere d’avvocati. I piccoli piranha invece nuotano proprio in mezzo a noi e forse sono più tollerati. È in questa luce, probabilmente, che vanno rilette le parole del presidente dell’Anm Piercamillo Davigo: “Non esistono italiani innocenti”.

Ecco un campionario di minuzzaglie, la top ten delle sentenze per giudizio di responsabilità emesse dalle sezioni contabili dei tribunali nell’ultimo mese (scorri per leggere).

Sono storie minime, per carità. Ciascuna testimonia però una voracità che dilaga tra i piani bassissimi delle gerarchie militari, nei ruoli marginali, intermedi e apicali delle strutture amministrative, che tutto contamina (scuole, strade, ospedali, imprese, fondi…) e spesso vince. Perché i predatori che finiscono nel secchiaio della giustizia – tra attenuanti, patteggiamenti e prescrizioni – raramente faranno un solo giorno di galera, come dimostra il dato sulla popolazione carceraria che conta ben 312 “colletti bianchi”, pari allo 0,9% dei nostri ingabbiati. Più spesso gli autori di reati “apparentemente minori” se la cavano con un procedimento disciplinare (dall’esito non scontato) e con una pena pecuniaria.

Sempre che le paghino poi. E che qualcuno riscuota, poi. Perché i dati sul recupero dei crediti di giustizia e delle pene pecuniarie conseguenti ai provvedimenti passati in giudicato o divenuti definitivi in Italia dicono proprio il contrario. L’ultima relazione della Corte dei Conti sulle spese di giustizia, pubblicata il 7 marzo 2017, certifica che i crediti maturati dal 2012 al 2015 ammontano a 467 milioni di euro ma quelli riscossi sono stati solo 11 milioni di euro, vale a dire il 13,4% del totale. Il famoso “contributo unificato” per le spese degli atti giudiziari? Ha determinato in quattro anni un credito per l’Erario di 5,4 milioni ma quello effettivamente riscosso si è fermato a 915mila euro, il 16,8%. E c’è di più perché lo Stato, già così mortificato, non riesce neppure a recuperare gli interessi che matura su quelle somme: in cinque anni non è andato oltre lo 0,17%. Numeri che inchiodano il bilancio sociale ed economico della Giustizia agli zero virgola e non lasciano margini per potenziare le attività di prevenzione, repressione e controllo.  A tutto vantaggio e dei furbi d’Italia e delle quotidiane “minuzzaglie”.