C’era un motivo ben preciso dietro la scelta degli ex vertici del gruppo 24 Ore di non fornire al mercato i dati su ricavi e margini delle singole divisioni aziendali: nessuno doveva sapere che la causa principale del rosso di bilancio era il quotidiano rosa salmone. A non volerlo era in primo luogo l’ex direttore Roberto Napoletano, le cui spese personali – dall’auto a noleggio alle spese di viaggio – erano una voce di costo non indifferente per i conti del giornale e non erano soggette all’approvazione del management. Affogando le perdite in un rendiconto aggregato, che comprendeva anche i risultati della radio e dell’area “tax & legal”, era più semplice mascherarle. Nel frattempo Napoletano beneficiava anche (fino al 2015) di un bonus legato all’andamento delle vendite, dato che però veniva gonfiato attraverso falsi abbonamenti digitali e copie cartacee mandate al macero o regalateSono gli aspetti su cui, a indagini ancora in corso e in via di sviluppo, concordano tutti i principali testimoni sentiti dagli investigatori della Guardia di Finanza che indagano sullo stesso Napoletano, l’ex presidente Benito Benedini e l’ex ad Donatella Treu, accusati di false comunicazioni sociali, mentre ad altre sette persone, tra cui l’ex direttore finanziario Massimo Arioli, la procura di Milano contesta l’appropriazione indebita

Nei giorni in cui, dopo la presentazione di un piano industriale che prevede nuovi tagli all’organico e alle collaborazioni, si attende la convocazione del cda che ufficializzerà l’aumento di capitale indispensabile per la sopravvivenza, è impietoso il quadro che risulta dalle dichiarazioni di Gabriele Del Torchio – amministratore delegato del gruppo dal giugno al novembre 2016 – dell’ex consigliere indipendente Nicolò Dubini e dell’ex direttore finanziario Valentina Montanari. E’ l’immagine di un gruppo editoriale che secondo quanto riferito dall’ex ad perdeva 4 milioni l’anno solo come differenza tra il corrispettivo pagato alle società Di SourceJohnson e Edifreepress per la vendita di copie digitali e cartacee del Sole e quello che versava alle stesse società per il “supporto nel marketing“. Un gruppo in cui, come già emerso, il direttore “travalicava il perimetro delle proprie competenze”, “causando”, stando alle dichiarazioni di Dubini, “seri problemi di governance“. E in cui l’allora direttore finanziario, di fronte a un’operazione da lei stessa definita a verbale “una follia” perché determinava per il gruppo un esborso superiore di almeno 4 milioni rispetto al dovuto, non sollevava alcuna perplessità in cda né nella relazione trasmessa al collegio sindacale.
“Non si doveva far comprendere che la causa delle perdite stava nel quotidiano” – Per Dubini, uscito dal cda il 15 novembre 2016 dopo aver tentato di fare chiarezza sulla situazione finanziaria del gruppo e sentito come testimone dal pm di Milano Gaetano Ruta il 27 febbraio scorso, non ci sono dubbi sul fatto che “la causa principale delle perdite derivava dalla gestione del quotidiano, aggravatasi nel tempo”. Una realtà che all’esterno non traspariva proprio perché “i dati afferenti alle varie business unit componenti il gruppo sono stati sempre caratterizzati da pochissima trasparenza, non consentendo di accertare quali attività fossero in attivo e quali in passivo e, di conseguenza, impedendo di agire in maniera proficua sull’eventuale miglioramento delle casse aziendali”. A confermarlo è l’ex cfo Valentina Montanari, che sentita come persona informata sui fatti mette a verbale il 2 marzo scorso: “Sui ricavi e margini era importante secondo me spacchettare per area di business, cosa che nel tempo non è mai stata recepita”. Per quale motivo? “La verità, a mio avviso, è che non si dovevano dare informazioni di dettaglio né all’interno del consiglio di amministrazione né tantomeno all’esterno perché non si doveva far comprendere che la causa delle perdite maggiori stava nel quotidiano (anche se, devo dire, pure la parte corporate era molto costosa rispetto alle dimensioni dell’azienda)”. In questo “tutti assecondavano senza particolari riserve o domande quello che riferivano gli organi delegati”. Nessuno, “ad eccezione di Dubini, faceva domande o ha posto quesiti analitici e precisi rispetto all’andamento aziendale”.
Le spese di Napoletano? “Non venivano approvate, si riteneva una figura apicale riconducibile a Confindustria” – Nel frattempo il gruppo “non produceva cassa bensì la mangiava“. E a questa tendenza contribuivano anche le spese del direttore, che secondo l’ex consigliere “ha speso impropriamente molti soldi della società”. Per esempio, ricorda la Montanari, “stato siglato un contratto con una società di noleggio auto di Roma, Red Carpet, che metteva a disposizione una macchina per il direttore che risultava molto dispendiosa. Anche le spese di viaggio del direttore, a carico della società, erano molto elevate. Insomma, in una situazione in cui occorreva fare dell’economia di spese, queste uscite mi sembravano molto elevate”. Del resto Dubini racconta come Del Torchio, al suo arrivo, avesse chiesto conto delle spese: “Domanda che non ha mai ricevuto risposta, visto che tali spese non venivano approvate da nessuno. Lo stesso Napoletano si riteneva una figura apicale riconducibile a Confindustria”.

Oltre alle copie fittizie c’erano anche quelle gratuite ma senza la scritta “Omaggio” – Nel frattempo, ha raccontato Del Torchio al pm Ruta, “il sistema di vendite delle copie” attraverso Di Source, Johnson e Edifreepress consentiva di inserire nei documenti contabili “vendite fittizie”. “Addirittura”, ha riferito il manager, “ho letto nei verbali” (delle audizioni fatte dal collegio sindacale, ndr) che “venivano retroattivamente imputate copie vendute per raggiungere gli obiettivi diffusionali del direttore Napoletano”, secondo cui le vendite del Sole erano paragonabili solo a quelle di Financial Times e del Wall Street Journal. “L’aspetto che ho trovato molto anomalo”, aggiunge l’ex ad, “è dato dal fatto che delle copie vendute, che dovrebbero costituire un profilo molto rilevante del conto economico, nei cda non si parlava”. Dalle risposte date al nucleo speciale Polizia valutaria della Gdf da Massimiliano Massimi, amministratore della Edifreepress, sentito in quanto persona informata sui fatti, emerge poi un altro dettaglio tutt’altro che secondario sulle copie cartacee: “Le copie distribuite a titolo gratuito” nell’ambito del servizio pagato dal gruppo “non avevano la dicitura “Omaggio”; era invece indicato il prezzo di copertina, fatto che mi porta a pensare che Il Sole 24 Ore non aveva interesse a discernere le copie distribuite gratuitamente da quelle effettivamente vendute”.

Il caso Business Media: ceduta a Tecniche nuove con una “dote” da oltre 11 milioni. 4 in più rispetto alla cifra chiesta da Lswr – Dal verbale dell’ex direttore finanziario emergono inoltre altri aspetti della gestione finanziaria che meriteranno probabilmente ulteriori approfondimenti da parte degli investigatori. In particolare il caso della cessione del ramo di azienda Gpp Business media (riviste tecniche), che l’azienda editoriale di Confindustria aveva acquisito nel 2006. L’operazione, andata in porto nel 2013, “è stata accompagnata da una “dote” riconosciuta da noi all’acquirente”, ricorda Montanari. In pratica, essendo la società in perdita il gruppo 24 Ore ha deciso che pur di liberarsene avrebbe pagato una remunerazione all’acquirente. “La grande anomalia di questa operazione”, ricostruisce la dirigente, “è legata al fatto che le trattative erano originariamente partite con diverse società interessate all’asset e si erano poi concentrate con una società denominata LSWR“, che dopo circa un mese di trattative aveva concordato su una “dote” di 7 milioni. Poi il colpo di scena: “Improvvisamente e senza che io ne avessi alcuna cognizione, il ramo d’azienda è stato trasferito ad un’altra società denominata Tecniche nuove“, di cui è legale rappresentante e presidente Giuseppe Nardella. Montanari riferisce di ricordare “una riunione presso la sede di Mediobanca ove si è giunti alla sottoscrizione di una lettera di intenti che per me ha dell’incredibile“. Il motivo dell’incredulità è presto detto: “Gli acquirenti pretendevano la corresponsione di 11 milioni di euro, molto di più quindi delle somme di cui si discuteva con Lswr”. Nella relazione al bilancio 2015 del cda di Tecniche nuove, consultata da ilfattoquotidiano.it, si legge però che “la società venditrice ha riconosciuto un avviamento negativo di euro 7.800.000“.

Il cambio in corsa deciso da Benedini “in un pomeriggio” – A decidere fu il presidente Benedini, “nell’arco di un pomeriggio”. “Io ricordo che presi la Treu, la portai in una stanza separata da quella dove si stava tenendo l’incontro, e le dissi apertamente che era una follia. Lei rispose laconicamente: “Il presidente ha deciso così”. E, stando al suo racconto, anche il capo dell’ufficio legale del gruppo, l’avvocato che seguiva la trattativa e i consulenti di Mediobanca commentarono “in maniera molto negativa questa scelta”. Gli investigatori hanno chiesto alla Montanari se non si sia sentita in dovere di informare gli altri consiglieri della scelta di Benedini e delle ragioni del suo dissenso, considerato che l’operazione “impegnava pesantemente il gruppo”. “Ne ho parlato con qualche consigliere, non ricordo neppure con chi, non ricordo in ogni caso di avere preso posizione sul punto in sede di CdA”, è stata la sua risposta. Quanto alla spiegazione da lei fornita al collegio sindacale, stando alla quale “proposta formulata da Lswr non è stata negoziata perché è stato ritenuto che non offrisse garanzie di continuità aziendale a causa della sua debolezza economico-finanziaria”, Montanari si limita a dire che traeva origine “esclusivamente dal contenuto dei verbali del Consiglio di Amministrazione, a cui mi sono attenuta”.

Secondo Dubini, che conferma come la vendita “venne curata in prima persona dall’ex presidente Benedini”, la dote fu “di circa 12 milioni”. Peraltro la Lswr avrebbe “restituito al gruppo negli anni successivi” quei soldi, mentre l’accordo con Tecniche nuove – firmato nonostante il contratto di cessione fosse “già stato predisposto il giorno prima della firma con l’indicazione di Edra Lswr” – prevedeva un versamento a fondo perduto. “Inoltre”, conclude Dubini, “mi è stato riferito che il sig. Nardella è amico del Benedini”.

I bilanci dal 2007 a oggi sotto la lente dei consulenti – Così, tra ipotesi di irregolarità nel computo delle copie vendute e di spese senza controllo, si arriva ai 61,6 milioni di perdite e al patrimonio netto sceso a 16,4 milioni (-70,8 sul dato 2015) che risultano dal resoconto intermedio sulla gestione al 30 settembre 2016 (il cda per l’approvazione del bilancio dell’intero esercizio è stato nei giorni scorsi rinviato a data da destinarsi). Ora peraltro, alla luce di quello che è emerso sulle copie gonfiate, i bilanci sono sotto la lente dei consulenti degli investigatori, che hanno intenzione di procedere a ritroso nell’analisi della documentazione contabile fino al 2007, anno della quotazione in Borsa del gruppo. I cui titoli, collocati all’epoca a 5,75 euro l’uno, da allora hanno lasciato sul terreno oltre l’87% del valore.