Giorgio Squinzi si è schierato pubblicamente a favore di una riduzione del costo aziendale del lavoro, inviando lo scorso 11 marzo una lettera aperta al Corriere della Sera. Se il presidente del consiglio Matteo Renzi avrà a disposizione un tesoretto di 10 miliardi di euro, allora meglio investirlo per ridurre il cuneo fiscale nelle aziende e creare occupazione in Italia, è la tesi del numero uno degli industriali. Ma quando si tratta di tutelare posti di lavoro che già ci sono, il presidente di Confindustria è il primo a non guardare in faccia nessuno. Il gruppo editoriale Sole 24 Ore, che fa capo all’associazione degli industriali italiani, alla fine dello scorso gennaio ha perfezionato la cessione di 72 testate cartacee e internet della divisione Business Media all’editore Giuseppe Nardella di Tecniche Nuove, che ha prontamente individuato poi 41 esuberi sui 117 dipendenti e, con questa giustificazione, ha avviato un regime di solidarietà con decurtazione degli stipendi per due anni.

E dire che il gruppo confindustriale ha ceduto le riviste professionali, che si occupano per esempio di distribuzione nei supermercati o automazione industriale, al prezzo simbolico di un euro. Però, come risulta fin dall’atto di cessione, lo stesso Gruppo 24 Ore “si impegna a prestare in favore della parte acquirente la massima collaborazione al fine di agevolare, per tutto quanto di sua competenza, la conclusione di contratti di solidarietà in favore del personale dipendente del ramo Business Media trasferito”. Ma come? Già da prima di firmare l’accordo, Gruppo 24 Ore e Tecniche Nuove hanno parlato di solidarietà e quindi di esuberi? A chiarire il dubbio per cui l’editrice di Confindustria abbia ceduto testate e dipendenti, pur conoscendo il rischio che avrebbero corso questi ultimi, è il sindacato dei giornalisti che ha contestato l’operazione, a livello nazionale e locale, perché “l’acquirente non è Tecniche Nuove, ma una società controllata (New Business Media, ndr) che fungerà da ‘parcheggio’ per un paio d’anni”, hanno precisato a inizio febbraio la Federazione nazionale della stampa (Fnsi) e le associazioni territoriali Alg in Lombardia e Aser in Emilia Romagna. “Solo i ‘cavalli di razza’ approderanno alla fine nella capogruppo, dice l’acquirente nell’indifferenza del venditore, mentre chi in questo periodo verrà classificato tra i ‘ronzini’ perderà plausibilmente il lavoro. La società controllata, ha preannunciato la proprietà, verrà interessata da una ristrutturazione in presenza di esuberi in tempi molto ravvicinati”, continuava la nota sindacale.

Tanto più che a questa situazione si è arrivati dopo che, nel settembre 2006, il gruppo confindustriale aveva annunciato con un comunicato l’acquisizione di “GPP, azienda editoriale nata dal merger di quattro importanti realtà editoriali italiane (Agepe, Quasar, Jce, Faenza), con un fatturato 2005 di oltre 45 milioni di euro”, e “leader di mercato nel segmento dell’editoria B2B” (business to business). La strategia, rimarcava la nota dell’editrice, era “la creazione del primo operatore nazionale nel settore dell’editoria specializzata B2B con un fatturato di circa 80 milioni di euro e un portafoglio prodotti multimediale e multisettore ampio ed articolato”.

Dopo questo allargamento del portafoglio, a fine 2007, il gruppo si è quotato in Borsa. A fine 2013, il Gruppo 24 Ore ha cambiato posizione e ha deciso per la vendita di Business Media che si è “conclusa con un corrispettivo simbolico in ragione del contributo economico negativo dato al Gruppo 24 Ore negli ultimi esercizi” tanto da determinare una perdita (minusvalenza) di circa 12 milioni di euro, come ha precisato la stessa casa editrice sottolineando che la cessione è “conforme alla decisione del gruppo di razionalizzare la propria attività e concentrare i propri investimenti sul core business”. Vale a dire che nel giro di sette anni, al di là della crisi economica, il gruppo degli industriali italiani ha perso un business di circa una cinquantina di milioni.

Non solo. Dalla stessa nota sindacale di fine febbraio emerge un’ulteriore denuncia del sindacato dei giornalisti che insinua neanche troppo velatamente che l’intera operazione abbia finito col coniugare “felicemente” l’intenzione di dismettere un’attività con la volontà di disfarsi anche di un po’ di dipendenti del quotidiano di Roberto Napoletano. “Il cosiddetto ramo d’azienda viene definito in maniera arbitraria da venditore e acquirente, inserendo nel perimetro almeno sei giornalisti che in realtà dovrebbero rimanere al Sole per continuare a svolgere le proprie mansioni”, scrivevano i sindacati. E intanto lasciata la casa confindustriale, la New Business Media sta iniziando ora a integrarsi nella nuova proprietà. Ha tempo due anni (quelli del contratto di solidarietà) per cercare di funzionare bene prima che la spada di Damocle dei tagli riprenda a oscillare sopra la testa dei suoi dipendenti.