Niente piano industriale, niente aumento di capitale. Solo la certezza che lo scorso anno IlSole24Ore ha barato sui numeri della diffusione. La perizia dell’esperto indipendente Protiviti ha rilevato infatti che, nei mesi di aprile, settembre e novembre 2015, l’azienda ha venduto un terzo di copie in meno (-34% a quota 248mila unità al giorno) rispetto ai dati certificati Ads. Nonostante il dato inquietante e la grave situazione del gruppo, l’assemblea dei soci dell’editrice di Confindustria si è conclusa senza risposte alla crisi. Viale dell’Astronomia ha deciso di prendere tempo con il presidente Vincenzo Boccia che è in difficoltà dopo essere stato criticato da una parte dell’associazione per il sostegno al fronte referendario del si. Così mentre il gruppo perde poco più di sei milioni al mese (57,4 milioni fra gennaio e settembre, secondo l’ultima relazione degli amministratori), il redde rationem è rimandato al 2017.

Il primo appuntamento sarà la presentazione del piano industriale che arriverà entro metà febbraio e porterà la firma dell’amministratore delegato Franco Moscetti, appena rinnovato dall’assemblea dei soci. Per i progetti seri ci vuole tempo, come ha evidenziato il presidente Giorgio Fossa a margine dell’assemblea: “Se dobbiamo farne uno come quello che abbiamo ereditato è semplice, basta riempire delle caselle, ma né io né il Cda siamo disposti a barare sul piano industriale”, ha aggiunto. Tuttavia per il comitato di redazione dell’agenzia di stampa Radiocor, la lentezza nella definizione degli obiettivi industriali “è il segnale che qualcosa – per usare un eufemismo – ai piani alti ancora non va. Così come non va il clima nelle redazioni”. E non gioca neanche a favore il clima di incertezza attorno alla direzione di Roberto Napoletano il cui ricambio, secondo Fossa, “non è all’ordine del giorno” pur rilevando che tutti devono “rendere conto” delle proprie azioni. Solo dopo la definizione del piano industriale si potrà poi parlare di aumento di capitale. Quando? “Stiamo lavorando per arrivare prima dell’assemblea sull’approvazione del bilancio (fra aprile e giugno, ndr)” ha aggiunto Fossa. Anche perché all’azienda è necessario denaro fresco per ripartire. Non senza sacrifici per i dipendenti (1154 in totale) per i quali Emma Marcegaglia ha già evocato un piano lacrime e sangue.

Dal canto suo, Boccia sta utilizzando il tempo prezioso a disposizione per convincere i confindustriali della necessità di mettere mano al portafogli per non perdere il controllo dell’editrice. In cassa l’associazione non ha infatti liquidità sufficiente per coprire pro-quota la ricapitalizzazione che, secondo indiscrezioni, potrebbe andare dai 60 ai 100 milioni, anche se non manca chi parla di 250 milioni. “Stabiliremo l’entità in funzione del piano” ha spiegato Fossa. Ma l’argomento scotta e alimenta i malumori fra gli industriali, coscienti del fatto che IlSole24Ore si sia mangiato parte del patrimonio di Confindustria e poco propensi ad accettare un aumento delle quote associative. A “molti dei nostri associati (…) il Gruppo Sole 24 Ore interessa fino ad un certo punto”, spiegava il presidente della Confindustria di Bergamo, Ercole Galizzi, nel consiglio generale di Confindustria del 12 ottobre scorso il cui verbale è stato svelato dal Fatto . “Perché è prioritaria Confindustria e la sua credibilità. Il rischio è di avere uscite dal sistema perché le imprese non si riconoscono più in Confindustria e nelle sua capacità” concludeva Galizzi prospettando un’emorragia di iscritti.

Se le cose stanno in questi termini, le possibili soluzioni di Boccia al caso Sole24Ore si riducono a poche opzioni su cui è al lavoro lo studio Vitale & associati. La prima contempla la possibilità di cedere asset in portafoglio per limare la dimensione dell’aumento di capitale. Non è escluso che Confindustria possa far cassa con immobili in portafoglio. Inoltre, secondo indiscrezioni non confermate, anche Radio24 o l’agenzia di stampa Radiocor potrebbero essere cedute riducendo il fabbisogno di capitale del gruppo. “Per il momento il perimetro non cambia, stiamo lavorando a un piano standalone (cioè realizzabile in maniera autonoma, ndr). Poi, vedremo che fare per valorizzare ognuna delle business unit” ha precisato l’amministratore delegato Moscetti.

Ma se l’ipotesi di vendita di asset resta ai marigini, si rafforza invece l’opzione dell’ingresso in campo di un cavaliere bianco come la Luiss la cui posizione, nonostante le smentite di rito, è ancora tutta da verificare. Confindustria è del resto socia dell’Università presieduta da Emma Marcegaglia attraverso la ALUISS. E proprio per questo sa che in Luiss non è tutto oro quel che luccica: la Pola srl, in passato un gioiellino grazie ai buoni risultati della Rome International School, ha registrato lo scorso anno 468mila euro di perdite mostrando una debolezza sconosciuta in passato. Intanto l’università ha anche dovuto fare i conti con il calo della dotazione finanziaria proveniente dal Ministero dell’istruzione (-37% in dieci anni a 3,6 nel 2014) e la flessione dei finanziamenti privati (-35% solo lo scorso anno). Con il risultato che la Luiss ha già il suo bel daffare a far quadrare i suoi conti per doversi occupare anche dei guai del Sole. Nulla esclude però che possa esserci in giro un socio industriale o finanziario interessato a ritagliarsi un ruolo nella partita di consolidamento dell’editoria italiana dove di recente sono convolate a nozze La Stampa e Repubblica, oltre che Rcs e Cairo Communication. Non a caso il presidente Fossa ha parlato in assemblea di un piano “aperto ad altri soci”. Salvo poi precisare che Confindustria intende mantenere il 67,5% dell’editrice.

Non bisognerà attendere molto per capire come andranno le cose e se Confindustria resterà il dominus indiscusso del Sole. Intanto, toccherà alla Procura di Milano verificare se ci sono state responsabilità nella gestione del primo gruppo editoriale di economia e finanza del Paese. Con la possibilità che l’azienda possa poi decidere di “procedere contro” gli ex manager come ha spiegato Fossa che ha evidenziato come la chiusura del rapporto con la DiSource, azienda britannica al centro delle indagini sulle copie digitali farlocche, ha portato una flessione dei costi da 2,4 milioni.