Toc toc è tornato Alien. L’infinita variante sci-fi con mostriciattolo alieno si aggiorna felicemente con Life – Non oltrepassare il limite, diretto da Daniel Espinosa, in uscita nelle sale italiane con Warner Bros il 23 marzo 2017. Esterni stellari e stellati illuminati da lampi di luna, altrettanto tradizionali interni astronave che non possono che rifarsi all’antesignano 2001 e al fluttuare antigravitazionale di Gravity, ma con una modifica sostanziale rispetto alla filosofia del film di Ridley Scott, e di molti epigoni, spesso sfortunati, di una matrice dell’invasione “aliena” attraverso i corpi umani: Life è declinato al tempo presente, nel senso che non c’è nessun futuro in scena, ma un riconoscibile e condiviso qui ed ora. E non è un aspetto da poco. Minuscolo accorgimento di scrittura che statizza un pericolo nella dimensione dell’oggi intrisa tutt’al più di una speranza “positiva” e “costruttiva” nell’esplorazione dello spazio e del “se c’è vita sugli altri pianeti”.

La spedizione internazionale di astronauti, equamente divisa tra paesi industrialmente sviluppati (manca solo la Cina), come tra uomini e donne a bordo, stazionante quei pochi chilometri fuori dall’orbita terrestre, individua e isola un organismo vivente proveniente da Marte. Visibilio generale in diretta mondiale da Time Square con una bella bimbetta che battezza la piccola piantina Calvin (non Klein ma Coolidge, esimio e dimenticato 30esimo presidente Usa). Solo che il microorganismo isolato in una teca trasparente e analizzato da uno degli scienziati si rivela una creatura mostruosa e famelica, modello Piccola Bottega degli orrori, che si ciba di ossigeno e sangue umano, spezza ossa come grissini, e si infila dentro ai corpi umani dissanguandoli.

Per questo motivo l’escalation omicida e automoltiplicatrice di Calvin, più uccide, spolpa e succhia, più si ingrandisce e si rinforza, diventa una corsa contro il tempo, un effetto domino e di panico per i sorpresi scienziati/astronauti a bordo. Una tensione palpabile, uno scarico adrenalinico che assume i connotati di un ottimo thriller, e che non molla lo spettatore dal quindicesimo minuti di film in avanti; dapprima per la classica sopravvivenza del manipolo di eroi, successivamente per arginare il mostro che sembra intenzionato a dirigersi verso la Terra.

La ricostruzione a distanza ravvicinata di Espinosa è terribilmente convincente, con la macchina da presa che vuole rubare i dettagli di ogni singola stilla di sudore e di sangue (che in assenza di gravità fluttua nel cosmo) degli attori, chiudendosi all’interno degli spazi/compartimenti stagni, nelle cellette ermetiche del sonno, fino alla vertiginosa infinita soggettiva dei singoli astronauti che guardano in faccia la morte aliena rievocando in soggettiva la purezza espressiva dell’estro “mostruoso” di H.R.Giger. Ci sono poi un altro paio di aspetti nella messa in scena che, oltre a tendere a surclassare divismo e gerarchie attoriali (Ryan Reynolds fa una brutta fine che nemmeno ci si si è seduti e tolti la giacca), qualificano una versione sci-fi originalissima: l’inquietante, magmatica e trascinante colonna sonora di Jon Ekstrand che fonde suoni bassi di tube e tromboni con le distorsioni finali di Spirit in the sky; questi circuiti di comando filiformi e azzurrognoli che appaiono perpendicolari ai pannelli comando in 3D quasi a giocare con le possibilità infinite del digitale; infine un altro gioco ancor più di rimando cinefilo: un richiamo cyperpunk alla Tsukamoto nell’ultima sequenza, una trasformazione corporea terrificante di fusione tra membra umane e aliene che vale da sola l’intero prezzo del biglietto.