C’è un edicolante di Milano, Diego Brandolin, che ha deciso di non vendere il Fatto nel suo chiosco dopo l’intervista di due giorni fa a Bashar al Assad, “per rispetto di chi è morto e di chi combatte per far valere i propri diritti, per chi ha perso tutto tranne la verità e la dignità”. Su Facebook si leggono poi commenti di giornalisti che hanno fama di grandi esperti di esteri o reporter di guerra che si indignano, sul sito di Left il Fatto e le altre testate coinvolte nell’incontro con il presidente-dittatore della Siria vengono classificate come “portavoce di Assad”. Ha sollevato perplessità perfino un curioso blog che si dedica a diffondere messaggi in bottiglia relativi al mondo dei servizi segreti e al sottopotere romano (non metto il link, altrimenti che segreti sarebbero…), con allusioni su di me tipo “facile immaginarsi chi gli abbia procurato un filo diretto dall’Italia” (risposta: un parlamentare europeo).

Polemiche che avevo messo in conto. L’unica cosa che mi stupisce è che in alcuni casi arrivino da colleghi che stimo e che, pensavo, conoscessero le regole del gioco in questo nostro mestiere.

Ovviamente anche io mi sono chiesto se fosse legittimo o opportuno intervistare un dittatore, anche se si fa chiamare presidente ed è stato eletto (chi prende l’88 per cento dei voti e ha ereditato il potere dal padre e incarcera gli oppositori, però, non è esattamente un presidente come gli altri). E sono consapevole di tutte le atrocità di cui è accusato Assad. Tendo anche a pensare che queste accuse siano anche fondate, nella stragrande maggioranza dei casi. Però io sono un giornalista, non un attivista e nemmeno un politico.

Se mi offrono la possibilità di accompagnare una delegazione di europarlamentari in un Paese in guerra cruciale per gli equilibri geopolitici e dove è molto difficile entrare, io ci vado di corsa.  E se ho l’occasione di incontrare uno dei protagonisti di quella intricata partita, non mi sottraggo di certo. Ho incontrato Assad come avrei incontrato con altrettanta curiosità i combattenti di Al Nusra, quelli dell’Isis, quelli dell’esercito libero o i curdi del Rojava, se avessi avuto analoghe garanzie di tornare indietro sano e salvo. E sarei altrettanto curioso di intervistare Erdogan o il generale Haftar o Vladimir Putin, pur avendo ben chiaro che non sono esattamente dei supporter della democrazia liberale. Pure una chiacchierata con Donald Trump non mi dispiacerebbe affatto.

Forse non sono così esperto di Medio Oriente come questi autorevolissimi colleghi che si indignano, ma almeno una cosa mi è chiara: nella guerra siriana, e in generale nell’area, è assai difficile tracciare una linea netta tra i buoni e i cattivi. Tra chi è degno di un’intervista e chi no. Mentre ero a Damasco sono morte oltre 40 persone per due bombe, a un paio di chilometri da dove mi trovavo io. Tra loro c’erano sicuramente dei sostenitori di Assad. Per questo quelle morti ci devono indignare meno di quelle degli incolpevoli civili assediati ad Aleppo?

Provo sempre un misto di invidia e diffidenza per chi ha certezze, io non ne ho. E credo che sia anche piuttosto stupido comportarsi da tifosi in drammi altrui vissuti come partite di calcio (c’è una lunga tradizione su questo, maturata nell’atteggiamento verso Israele e i palestinesi) invece che limitarsi a cercare di capire e raccontare.

Trovo assai più legittime le osservazioni sul “modo” dell’intervista. Ci ho tenuto, infatti, a raccontare in un apposito articolo su quali sono state le regole di ingaggio definite con il governo siriano. Tutte le interviste – ma proprio tutte – sono il frutto di una mediazione, anche soltanto perché il linguaggio parlato e le dinamiche di una interazione orale non sono le stesse di un testo scritto.

Forse gli autorevolissimi colleghi che si indignano hanno passato troppo tempo al fronte per ricordarsi come funzionano di solito le interviste ai politici, anche a quelli più democratici: spesso i portavoce chiedono di conoscere i temi prima, a volte addirittura le domande, nel 99 per cento dei casi chiedono anche di rileggere il testo alla fine (pratica che io non considero disdicevole, visto che – in fondo – l’intervista si fa per conoscere il pensiero dell’intervistato che quindi ha diritto di controllare se la sintesi fatta è coerente). Poi un giornalista è libero di condire il tutto con dose maggiori o minori di creatività e letteratura, ma sempre a scapito della fedeltà all’originale.

Per come la vedo io, l’intervista si fa per dare voce all’intervistato. Per le inchieste, le denunce, i commenti e le polemiche la grammatica dei giornali prevede altri spazi, che sul Fatto non sono mai mancati.

In Siria ci sono stato con una delegazione di europarlamentari che vuole occuparsi di costruire un processo di pace. Dovendo banalizzare un po’, sono in prevalenza di area più filo-russa che filo-americana. So bene di aver visto solo un pezzo della realtà siriana, visto che ho incontrato quasi esclusivamente persone almeno non ostili al regime. Ma credo che anche gli autorevolissimi colleghi indignati concorderanno che per un giornalista è sempre meglio andare sul campo per farsi un’idea, per quanto limitato e parziale possa essere quello che riesce a vedere.

Ma forse loro, questi colleghi, si considerano ormai così autorevoli che noi poveri cronisti dobbiamo limitarci a rispettare le loro fatwe via Facebook senza osare invadere il loro personale recinto di caccia professionale.