Inerzia, mancata protezione e lentezza negli interventi di forze dell’ordine e magistrati hanno avallato il tentato omicidio di un uomo contro la moglie e l’uccisione del figlio che tentò di proteggerla. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e il ragazzo di 19 anni. Il caso si riferisce a quanto avvenuto a Remanzacco (Friuli-Venezia Giulia), il 26 novembre del 2013 quando Andrei Talpis – ora in prigione – aggredì la moglie Elisaveta. La signora aveva già denunciato in precedenza il marito (fu aperta un’inchiesta che venne archiviata prima dell’omicidio) ed era stata accolta in una struttura protetta, ma dopo tre mesi i Servizi sociali scrissero in una lettera ufficiale che non c’erano più fondi per pagare l’assistenza e lei trovò un’alternativa. Il procuratore di Udine Antonio De Nicolo, autore delle osservazioni sul caso per sostenere le ragioni dell’Italia davanti alla Cedu, ha detto che la donna aveva “presentato una denuncia ma poi si era allontanata volontariamente dal Centro. Ricordo che in un verbale sostenne che le sue precedenti dichiarazioni erano state mal interpretate. È una tragedia assoluta ma dobbiamo chiederci se c’erano i segnali premonitori per poter cogliere o meno questa terribile vicenda”.

La sentenza: “L’Inerzia dei giudici ha portato al tentato omicidio della moglie e alla morte del figlio” – I giudici di Strasburgo, la cui sentenza diverrà definitiva tra tre mesi se le parti non faranno ricorso, hanno stabilito che “non agendo prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che infine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio”. L’Italia, si legge nella sentenza che è la prima per un reato di violenza domestica in Italia, ha violato gli articoli 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione europea dei diritti umani. I giudici hanno riconosciuto alla ricorrente 30mila euro per danni morali e 10mila per le spese legali. Non ci sono, si legge, “spiegazioni plausibili per l’inerzia delle autorità per un periodo così lungo, sette mesi, prima di avviare il procedimento penale”, nota la Corte, che accusa gli organi competenti di avere di fatto, rimanendo a lungo passivi, “avallato” la violenza. “Le autorità italiane sono quindi venute meno al loro obbligo di proteggere la vita delle persone in questione”. Per i giudici di Strasburgo “le autorità italiane sono venute meno al loro obbligo di proteggere la vita delle persone in questione”. La Corte ha anche stabilito che “la donna e i suoi figli vivevano in un clima di violenza abbastanza seria da essere considerata maltrattamento e che il modo in cui le autorità hanno condotto le indagini indicano un atteggiamento passivo dell’autorità giudiziaria”. La Corte infine ritiene che la vittima sia stata oggetto di discriminazione in quanto donna per quanto concerne la mancanza di azioni da parte delle autorità, che hanno sottovalutato la violenza in questione e quindi, in ultima analisi, l’hanno avallata.

Il caso: la moglie fu aggredita più volte e si rivolse alle autorità senza risultato – Elisaveta, cittadina moldava sposata con Andrei Talpis e da cui ha avuto due figli, davanti ai giudici ha dichiarato che il marito ha iniziato a picchiarla subito dopo il matrimonio. La prima segnalazione risale al 2 giugno 2012, quando la donna chiama le forze dell’ordine dopo essere stata picchiata. All’arrivo della pattuglia l’uomo non è in casa e viene ritrovato poco dopo mentre vaga in stato di ebrezza. Qui viene steso un primo verbale: si testimonia che Talpis è stata colpita e morsa nel viso e sulla gamba sinistra e che ha numerosi ematomi sul corpo. La figlia, intervenuta per difenderla, ha anche lei delle ferite. Le due donne vanno al Pronto Soccorso, ma, secondo la loro ricostruzione, dopo aver aspettato per tre ore decidono di tornare a casa. La donna dice di non essere stata informata dalle autorità della possibilità di fare denuncia contro il marito. Da quel giorno la signora Talpis inizia a dormire nella cantina dell’appartamento. Il 19 agosto dello stesso anno viene di nuovo minacciata, secondo quanto ha raccontato ai giudici, con un coltello. Il marito la costringe a seguirlo per avere dei rapporti sessuali con i suoi amici. Una volta in strada lei chiede aiuto ad alcuni poliziotti. Viene fatto un verbale ad Andrei Talpis per porto d’armi illegale. Una volta tornata a casa, la signora chiama l’ambulanza. I medici scrivono: “Trauma cranico, ferite alla testa, escoriazioni multiple ed ematoma al ventre”. La diagnosi è di sette giorni.

In ospedale, la moglie si rifiuta di ritornare a casa e viene accolta da una associazione di protezione per le donne vittime di violenza “Iotunoivoi“. Il 5 settembre la donna denuncia il marito per lesioni corporali, maltrattamenti e minacce. Viene aperta un’inchiesta. Intanto il 27 agosto, la responsabile dei servizi sociali di Udine, con una lettera ufficiale, avvisa l’associazione che non ci sono più soldi per pagare l’accoglienza dalla donna nel centro e il 4 dicembre è costretta a cercare da sola un’alternativa. In un primo momento, Talpis racconta di aver dormito in strada e poi di essere stata ospitata da un’amica. In questo periodo, racconta sempre la donna, riceve numerose pressioni dal marito perché ritiri la denuncia, tanto che, sentita dalla polizia ad aprile 2013, attenua le sue dichiarazioni contro l’uomo. Dichiara ad esempio “che A.T. è un buon padre e un buon marito, e che a parte per il problema dell’alcolismo, la situazione in casa è tranquilla”. Ritratta anche a proposito dell’aggressione con il coltello, dicendo che “aveva solo fatto finta” e che era stata “fraintesa” dal centro di accoglienza. Il primo agosto 2013 il Gip archivia l’inchiesta per il filone che riguarda i maltrattamenti familiari e le minacce. Per quanto riguarda le lesioni corporali viene rinviato a giudizio dal giudice di pace e solo nel 2015 sarà condannato a pagare una multa di 2mila euro.

La notizia che si deve presentare davanti al giudice di pace, viene notificata il 18 novembre 2013 ad Andrei. Una settimana dopo circa (il 25 novembre), la signora Talpis chiama la polizia dopo una lite con il marito. Qui la pattuglia trova, stando al verbale riportato dai giudici di Strasburgo, bottiglie di alcool e la porta della camera da letto sfasciata. La donna dice che l’uomo è così ubriaco da avere bisogno di cure e Andrei viene portato in ospedale. Nella notte viene dimesso e va prima in una sala giochi e poi viene fermato alle 2.25 per un controllo di identità. Alle 5 rientra a casa e aggredisce la moglie con un coltello da cucina da 12 centimetri. Il figlio cerca di proteggerla e viene pugnalato per tre volte e muore poco dopo. La donna cerca di scappare, ma viene raggiunta e colpita più volte al petto. Andrei Talpis è stato condannato all’ergastolo a gennaio 2015.