I dati sui risparmi ottenuti dalle gare Consip permettono di valutare l’andamento della spending review negli acquisti di beni e servizi. Tra luci e ombre, emerge un quadro in cui manca una politica organica di riassetto della spesa. E le cause di questo sono due.

di Gustavo Piga (Fonte: lavoce.info)

Il rapporto ministero-Istat

È stato pubblicato il rapporto annuale ministero dell’Economia-Istat sui prezzi delle gare di beni e servizi aggiudicate presso la stazione centrale d’acquisti, la Consip, e presso le altre amministrazioni pubbliche.

Progetto nato più di dieci anni fa per rendere l’azienda di stato più trasparente, è oggi un’analisi che getta una luce importante sull’intero sistema pubblico degli acquisti di beni e servizi.
Ripercorrendone le tabelle e grafici disponibili sul web, apprendiamo ad esempio che, con l’eccezione dei buoni d’acquisto benzina e gasolio, i prezzi spuntati dalla Consip sulle altre merceologie (non tutte sono campionate) sono più bassi di quelli medi delle altre amministrazioni, spesso con scarti significativi: un personal computer desktop, acquistato in convenzione Consip a 310,21 euro viene venduto fuori convenzione, in media, a 415,25 euro.

Quest’anno vi è poi la novità di una prima analisi degli ordini sul mercato sotto soglia (alle convenzioni si può aderire solo per ordini che superano un dato quantitativo minimo), il cosiddetto market place, un supermercato virtuale messo a disposizione dalla Consip, dove imprese e amministrazioni contrattano tra loro, direttamente o tramite mini gare, per soddisfare esigenze più spicciole (ad esempio l’acquisto di una singola stampante o di una sedia). I commenti del Ministero mostrano una qualche (insolita) insoddisfazione (“emerge la necessità di un miglioramento nell’utilizzo del Mepa da parte dei responsabili degli acquisti pubblici”) a causa dei prezzi più alti spuntati su tali mercati rispetto a quelli delle convenzioni. Ma è una preoccupazione non sempre giustificata, visto che quegli acquisti non possono beneficiare di economie di scala come per le convenzioni e hanno il vantaggio della celerità nell’evasione dell’ordine rispetto alle grandi gare.

Controlli e chiusure alle Pmi

Ben altre dovrebbero essere le preoccupazioni dell’azionista Tesoro, per lacune dovute non tanto alla Consip quanto all’attuale governance complessiva degli acquisti pubblici di beni e servizi.
Primo: come mai continuano a evidenziarsi casi di amministrazioni che comprano a prezzi più alti che in Consip? Il sospetto, in assenza di altre evidenze, è che i controlli latitino. Non c’è bisogno di scomodare Mao Zedong, esperto di centralizzazione, per ricordare come bastino pochi esempi di individuazione e sanzione di acquisti impropri affinché tutti si adeguino e passino ad acquisti consoni. Il database a disposizione del Ministero (ma anche di Anac a richiesta) fu usato da Oriana Bandiera, Andrea Prat e Tommaso Valletti per uno studio certosino capace di individuare sprechi e alzare bandierine rosse d’allarme: perché non se ne fa ampio uso per indirizzare i controlli?

Secondo: siamo certi che i prezzi spuntati dalla Consip siano i migliori possibili? Con altre direttive da parte del Ministero non si potrebbe fare ben di più? Governo e Mef, in effetti, continuano da anni a ostinarsi a utilizzare un modello di aggregazione della domanda che non è sempre coerente con il dettato della legge originaria, tuttora valida, che chiede non di fare gare grandi, ma di “garantire la semplificazione delle procedure di gara, la riduzione dei tempi di approvvigionamento e dei prezzi unitari dei beni e servizi, oltre al miglioramento della qualità degli acquisti della pubblica amministrazione”. Non è questione di lana caprina: nel quinquennio 2011-2015, si legge nella relazione annuale Anac (Autorità nazionale anticorruzione), il valore medio dei lotti ha avuto un aumento cospicuo dell’importo per i servizi e per le forniture (+85 e +50,5 per cento), tale da far dire a Raffaele Cantone che in Italia “la struttura della domanda non sia particolarmente favorevole alla partecipazione delle piccole e medie imprese al mercato degli appalti pubblici”.

Ciò riduce l’aggressività in gara delle grandi aziende e facilita accordi collusivi. L’enfasi sulle economie di scala con cui viene difesa una simile strategia è spesso senza senso nelle gare dei servizi (guardiania, pulizia), dove non esistono, e va comunque rimessa nel contesto più ampio della minore partecipazione che genera vietando l’accesso alle Pmi. Di strumenti per ridurre la dimensione dei lotti e non rinunciare ai potenziali risparmi da economie di scala ne esistono in abbondanza, senza ricorrere all’aggregazione della domanda e senza rinunciare alla qualità delle competenze che albergano in Consip.

La motivazione che spinge il governo a proseguire con questo impianto organizzativo è evidente: all’Unione europea del Fiscal Compact, tutta focalizzata sui risparmi di spesa senza se e senza ma, l’aggregazione appare un toccasana e il rapporto Mef-Istat pare confermare la bontà della scelta. Ma se il paese poi non cresce perché il suo tessuto industriale si sfalda e la qualità delle commesse non è monitorata, è il Pil che crolla, con tanti saluti anche all’andamento degli indicatori di finanza pubblica tanto cari a Bruxelles.