Dopo la chiusura della indagine lo scorso novembre la Procura di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex capo della squadra mobile di Roma Renato Cortese, l’allora dirigente dell’ufficio immigrazione Maurizio Improta, cinque agenti di polizia, del giudice di pace che si occupò del caso e tre funzionari dell’ambasciata kazaka per quello che l’accusa considera il rapimento di Alma Shalabayeva.

Nell’inchiesta vengono contestati a vario titolo i reati di sequestro di persona e falso. Gli indagati hanno sempre sostenuto la correttezza del proprio operato. Cuore dell’indagine l’espulsione subita da Alma Shalabayeva e Alua Ablyazova, moglie e figlia del dissidente Mukhtar Ablyazov. Un provvedimento annullato dalla Cassazione perché “era viziato da illegittimità originaria”.

Le due cittadine kazake furono prelevate dopo una irruzione nell’abitazione di Casal Palocco il 29 maggio 2013 dove la donna risiedeva, effettuata dalle forze dell’ordine. La polizia cercava suo marito e non per finalità di prevenzione e repressione dell’immigrazione irregolare. Il caso aveva poi coinvolto il ministro dell’Interno Angelino Alfano, oggetto di interrogazioni e di una mozione di sfiducia, poi respinta dal Parlamento. I poliziotti che non trovarono Ablyazov e dopo un velocissimo iter giuridico-amministrativo furono caricate su un aereo privato messo a disposizione dalle stesse autorità di Astana. Un’operazione dai contorni drammatici come poi raccontato dalla donna nel suo diario. A luglio 2013, in seguito alle polemiche per l’operazione, si era dimesso il capo di gabinetto del ministero dell’Interno Giuseppe Procaccini (“Per senso delle istituzioni”). Procaccini, secondo le ricostruzioni, aveva infatti incontrato l’ambasciatore kazako Andrin Yelemessov per parlare dell’oppositore Ablyazov.

Il reato di sequestro è contestato all’ex ambasciatore Andrian Yelemessov e due funzionari (che godono dell’immunità diplomatica, dunque non sono processabili), per quanto riguarda gli italiani, gli altri reati vengono contestati agli operativi, come se di fatto avessero ubbidito a un ordine venuto da rappresentanti stranieri. Al giudice di pace viene contestato di non aver messo nero su bianco la richiesta di asilo politico della donna che aveva un passaporto intestato con nome falso per motivi di sicurezza e si era dichiarata russa al momento dell’irruzione. Gli agenti invece della Mobile, secondo l’ipotesi accusatoria, ingannarono i colleghi dell’Ufficio immigrazione e i magistrati che diedero il via libera all’espulsione della donna e di una bambina di  6 anni. Non solo: ci sarebbe stata anche la falsificazione dei documenti per velocizzare la procedura: “Mi dissero che dovevo lasciare la bambina a un ucraino che lavorava per noi. Dissi che preferivo portare mia figlia con me. Ci fecero salire su un aereo – aveva raccontato la donna – senza documenti né passaporto. Era un aereo privato e molto lussuoso. Dopo sei ore di volo atterrammo ad Astana“.