Per descrivere la parabola di “Affari tuoi”, ci si potrebbe affidare, per una volta, ai freddi numeri dell’Auditel. Dalla prima edizione del 2003 a oggi, infatti, si è passati da 9,7 milioni di media alla metà esatta dello scorso anno. Numeri incontrovertibili che, però, mostrano la malattia ma non possono spiegare i sintomi e le cause. E allora, adesso che il programma dei “pacchi” sta per chiudere i battenti a tempo indeterminato (il 19 marzo andrà in onda l’ultima puntata), forse è il caso di analizzare meglio la lunga vita di un format che ha segnato profondamente la storia della della televisione italiana.

Flavio Insinna, il conduttore che più a lungo è stato ai posti di manovra al rocchettone, oggi fa sapere giustamente che non intende fare polemiche sulla fine di un programma che gli ha cambiato la vita. Scelta nobile e comprensibile, perché in effetti Insinna deve tutto ad Affari tuoi, soprattutto visto che è grazie ai “pacchi” che è diventato un conduttore televisivo. Ma “Affari tuoi”, diciamocelo, ha semplicemente campato di rendita dalle prime due edizioni, quando un Paolo Bonolis in stato di grazia aveva confezionato un capolavoro. Tempi perfetti, solita verve comica e sfottente, tormentoni diventati di uso comune (il “vecchio conio” su tutti, ma anche “scavicchi ma non apra”). E infatti, dal 2003 al 2005, i “pacchi” portavano a casa risultati monstre, vicini ai 10 milioni di spettatori e abbondantemente sopra il 30% di share, battendo sistematicamente Striscia la Notizia e provocando un travaso di bile ad Antonio Ricci, non abituato a soccombere.

Già l’anno dopo, con Pupo alla conduzione, il programma aveva perso più di un milione e mezzo di telespettatori. Un’emorragia importante (perché Bonolis è Bonolis e Pupo è Pupo), ma che comunque non scalfiva di molto il successo del format. Poi Antonella Clerici aveva trasformato il programma nel suo solito mondo colorato e bonariamente pacchiano, snaturandone le dinamiche classiche. Con Flavio Insinna, ansiogeno ma appassionato nostromo, la nave “Affari tuoi” sembrava aver trovato un punto di equilibrio. I risultati di Bonolis erano ormai lontani e inarrivabili, ma c’era una cifra precisa, una firma riconoscibile.

Ma nel 2008 l’attore romano era stato attirato dalle sirene di Mediaset con la conduzione della Corrida e al suo posto era stato chiamato Max Giusti. Degli insuccessi televisivi del pur ottimo comico e imitatore si è già detto negli ultimi anni e forse non è il caso di infierire. Gli ascolti reggevano (attorno ai 5 milioni) ma qualcosa si era rotto definitivamente. Il ritorno di Insinna doveva servire a rilanciare il format ma ormai il crollo dell’appeal di un brand un tempo così forte era irreversibile.

Nel corso degli ultimi anni hanno provato ad aggiungere pepe, ad aggiustare il tiro, a cambiare qualche regola qui e là, ma l’accanimento terapeutico non poteva che portare all’ineluttabile constatazione del decesso. La morte di “Affari tuoi” è avvenuta da quel dì, e solo l’eccessivo entusiasmo di un Flavio Insinna generoso ma a volte insopportabile nella sua foga ha rimandato. Come in “Weekend con il morto”, Insinna ha portato a spasso il cadavere usando tutti gli stratagemmi possibili, illudendosi di convincere spettatori e dirigenti di Rai di qualcosa che non aveva più senso alcuno.

Dopo aver bastonato Striscia per qualche anno, ora il tg satirico di Canale5 (che non è certo il massimo esempio di vitalità, visto che soffre sempre più il peso degli anni) è tornato a vincere comodamente sul competitor e ancora una volta Antonio Ricci si gode la vista dell’ennesimo cadavere che passa.
Un cadavere a cui vanno tributati tutti gli onori, sia chiaro, ma la cui morte non è avvenuta certo per cause naturali. Dopo Bonolis, le cose sono andate sempre peggio: costantemente, gradualmente, mentre i conduttori che si sono susseguiti al rocchettone scoprivano di essere impotenti.
Insinna, parlando della chiusura del programma, si è detto sicuro che prima o poi “Affari tuoi” tornerà in televisione. È una convinzione condivisibile, ma i dirigenti Rai devono aver chiaro in mente un dato incontrovertibile: un eventuale ritorno avrebbe senso solo con Paolo Bonolis alla conduzione. Ogni altro tentativo sarebbe una sorta di esperimento pazzoide su un cadavere in putrefazione.