Caro Salvatore,

ho ascoltato un paio di volte il suo intervento sul palco di Sanremo e devo dire che ho apprezzato il suo spirito e il suo messaggio, ma non posso fare a meno di dirle che a mio giudizio lei sbaglia profondamente la linea di principio.

Lei è un uomo onesto (dipendente del Comune di Catania mai assente per malattia in 40 anni di lavoro, ndr), su questo non ci sono dubbi e la sua correttezza e il valore che lei da allo spirito di servizio che deve animare i dipendenti pubblici è un esempio  per tutti. Ma lei sbaglia su alcuni punti fondamentali. Sbaglia quando dice che avere uno stipendio garantito, per tutta la vita lavorativa, è un privilegio. No, caro Turi, lo hanno fatto diventare tale. Le forme di lavoro flessibile in Italia sono state introdotte per far fronte e regolarizzare le necessità di particolari situazioni aziendali (sperimentazioni, picchi di produzione, start up e via discorrendo). Queste forme sono diventate invece – come era prevedibile in un Paese di furbi e furbastri – un metodo di gestione del mercato del lavoro, che ha avuto come primo obiettivo quello di esercitare un controllo ferreo sulla manodopera, con situazioni di ricatto palesi in particolare nei confronti delle donne.

Il lavoro così è diventato precario e non flessibile, in un mercato dove le occasioni si sono poi drasticamente ridotte a causa della crisi. Lei definisce un privilegio quello che invece è un diritto, o almeno dovrebbe esserlo. Non sono i dipendenti assunti ad essere dei privilegiati, sono i precari (non solo giovani perché il precariato ormai ha ampiamente superato la linea dei quarant’anni) ad esser indegnamente sfruttati, ricattati e privati del diretto fondamentale di programmare un futuro.

Il suo ragionamento quindi a mio avviso va ribaltato, perché si inserisce in una logica, sempre più diffusa soprattutto tra le giovani generazioni, secondo la quale ormai i diritti sono dei privilegi. Una logica pericolosissima che ci sta facendo scivolare verso una china che rischia di riportarci ad una visione dei rapporti di lavoro che caratterizzava l’inizio del secolo scorso. Per ottenere quei diritti che a lei sembrano privilegi sono state necessarie battaglie durissime, nelle quali sono stati pagati prezzi altissimi. I diritti di chi lavora , lo dico senza alcuna  retorica, sono stati costruiti con il sangue, con i licenziamenti politici, con il carcere. Oggi di questo abbiamo perso memoria.

Fa bene a dire che non tutti i dipendenti pubblici sono nullafacenti, assenteisti, fannulloni. E’ verissimo e mi permetto di aggiungere che ritengo che i lavoratori pubblici siano in larga maggioranza persone che lavorano seriamente e spesso in condizioni pesantissime. Ci sono però anche i furbetti, lei ha perfettamente ragione e le storie delle quali costoro si rendono protagonisti le leggiamo e le scriviamo con una certa frequenza. Ma per ogni furbetto c’è qualcun altro che lavora al posto suo, qualcuno che come lei non prende le ferie, non prende ciò che gli spetta di diritto, ovvero viene derubato di un diritto.

Allora mi permetta di dirle che quei 239 giorni lei non li ha regalati alla città di Catania, purtroppo, non era certo questa la sua intenzione, li ha regalati a tutti quelli che timbravano il cartellino e andavano a fare altro, ai perennemente assenti per malattia, a quelli che avevano trovato un medico farabutto che certificava inesistenti invalidità. A loro, caro Turi, sono andati quei 239 giorni che lei ha sottratto alla sua vita. Rinunciare alle ferie, o ad altri diritti, lavorare ben oltre l’orario di lavoro è una cosa che un dipendente pubblico deve essere disposto a fare di fronte a situazioni di emergenza. Ho visto, nelle zone terremotate – faccio l’esempio a noi più vicino – dipendenti pubblici lavorare quindi o sedici ore filate, dormire qualche ora su una poltrona e ricominciare. In quei casi è giusto, ma in una apparato elefantiaco (e il nostro amato Liotru non c’entra) come il Comune di Catania, non vi è questa necessità.

I furbetti sanno di poter contare su colleghi che per senso del dovere coprono i buchi che lasciano loro. Involontariamente diventano così loro complici. Io credo che sarebbe invece giusto che tutti denunciassimo le situazioni indegne che si registrano, che i sindacati smettessero di difendere acriticamente chi di fatto truffa l’ente pubblico, perché un conto è difendere i sacrosanti diritti di chi lavora, altro conto è difendere i truffatori. Aiuti, adesso che è in pensione, i suoi ex colleghi, i giovani che sono entrati dopo di lei a formarsi una coscienza che veda insieme una cultura dei propri diritti e un rigido senso del dovere. Se manca uno dei due fattori, si va verso l’arbitrio o verso una cultura di sfruttamento.

Con stima