“La mamma è sempre la mamma”, mi ha risposto qualche giorno fa un’amica mentre parlavamo di figli e dell’essere genitore in generale. Nel sentire queste parole qualcosa ha stonato, ho avuto come la sensazione di aver portato a casa il premio di consolazione dopo una gara giocata al massimo. Intendiamoci, adoro i miei tre figli ma io NON sono i miei figli.

Saltiamo per un attimo l’omelia sulla maternità, sulla gioia ancestrale del grembo natio, sull’amore sconfinato nei loro confronti e concentriamoci su queste sei paroline che tanto piccole non sono. “La mamma è sempre la mamma” nasconde un concetto parallelo, è un panegirico solo in superficie.

In primis, estromette a priori l’altro 50%, dando per scontato che per qualsiasi contributo potrà dare, il padre non raggiungerà mai lo stato di grazia ottenuto dalla madre. E benché in giro ci siano ancora dei papà disinteressati e indifferenti a cui torna comodo demandare alla compagna, è altresì vero che ce n’è uno stuolo sempre maggiore che partecipa al pari della madre.
Nella mia famiglia è così, e non per questo mi sento destituita dal trono di madre ad honorem. Per alcune donne l’idea di dividere con il marito la “gloria” della crescita, i meriti, le attenzioni speciali dei figli è vista come una minaccia alla propria identità. Quasi come se tolti i figli non fossero nulla, non avessero nulla.

“La mamma è sempre la mamma” è il mantra da ripetere ogni qual volta un’opportunità lavorativa, sociale, di crescita individuale viene vista negata, rimandata a tempo indeterminato. Come dire: “va beh, ci sono sempre i figli a completarmi”. Fare la mamma assorbe come un lavoro ma NON è il lavoro.

Convincersi che essere madre venga prima di tutto, prima del padre, prima della propria soddisfazione personale, facilita il rinunciare al proprio posto nel mondo, come conseguenza di un ciclo connaturato e inevitabile. Quando invece il processo di insubordinazione si mette in moto, portando la donna al di fuori della materna investitura, il senso di colpa che scaturisce è grande. Non ho mai conosciuto una donna che, seppur soddisfatta della propria dimensione lavorativa, non dubitasse se stessa interrogandosi sul benessere dei propri figli.

In Italia una donna che sceglie di mettere carriera, ambizione o passioni prima della famiglia, o che addirittura decide di non riprodursi affatto, è giudicata da una parte della popolazione come un archetipo innaturale, una creatura fallata. Il ributtante aumento delle obiezioni di coscienza in tutta Italia ne è la prova. Un Paese dove quasi il 70% degli specialisti nega il diritto all’interruzione di gravidanza è un Paese che mostra l’attaccamento all’ideale di donna come madre generatrice, non di una donna emancipata che sceglie il proprio destino.

Legare la donna al figlio che andrà a partorire vuol dire incatenarla in una prigione dorata, significa promuoverla per rimuoverla.

Il problema è che la promozione porta a un corridoio lungo e stretto che non conduce a niente.