Ti svegli la mattina e scopri di non poter mettere più piede negli Stati Uniti. Deve essere una strana sensazione. La tua fede è diventata il problema. Qualcosa che dovrebbe essere intimo, come le mutande che indossi, non lo è più. I panni, sporchi o puliti, si lavano in pubblico, se sei musulmano. Ti costringono a farlo.

Ma oggi è difficile essere musulmani. Siamo diventati come il prezzemolo: ci mettono ovunque, siamo il problema che causa gli altri problemi. Dalla disoccupazione giovanile al colesterolo, la colpa è nostra. In più, ora dobbiamo barcamenarci fra Trump e al Baghdadi, due facce di uno stesso fenomeno. Da una parte, Donald vieta ai cittadini di paesi considerati “a rischio terrorismo” di entrare negli Usa per proteggere la sicurezza. Ammanta questa sua scelta islamofoba giustificandola come dovuta: una promessa da mantenere perché l’aveva stretta con i suoi elettori. Trump, però, è un islamofobo realista: non vieta l’ingresso a quei cittadini dei paesi con i quali commercia, come l’Arabia Saudita.

Dall’altra parte, noi musulmani, siamo obbligati a fare i conti con il radicalismo, che si alimenta anche grazie a queste scelte scellerate. Festeggia infatti il califfato, o chi per lui, per le leggi del tycoon. Finalmente si concretizza che “quelli – dicono i fondamentalisti – non ci vogliono per la nostra religione”. Allora bisogna far quadrato e se non lo fai sei come loro. Tu che sei in mezzo a un ponte a parlar di dialogo ti prendi del “buffone” o cedi sotto il fuoco dei due contendenti.

Tragico poi, che le leggi confessionali di Trump – perché per la tua fede vieni escluso – siano state emanate durante la giornata della memoria. Mentre si gridava “mai più” si firmava il decreto per discriminare delle persone sulla base della loro fede. In sostanza, insegniamo la memoria e pratichiamo l’amnesia. E allora viene solo da chiedersi: dove andiamo e quanto manca alla fascetta con la mezzaluna al braccio?