Non ho niente contro Luigi Di Maio. Parla bene, è disinvolto. Pare abbastanza preparato o comunque ha studiato. Si veste con eleganza. Probabilmente è una persona onesta.
Insomma, non ho niente contro di lui, non abbiamo elementi per parlarne male. Non sappiamo esattamente chi sia davvero. Ma il problema è proprio questo: si può affidare un Paese di sessanta milioni di abitanti a una persona di cui si sa poco o niente?

Il curriculum dice che si è iscritto alle facoltà di Ingegneria e Giurisprudenza senza laurearsi, che è giornalista pubblicista. Come centinaia di migliaia di giovani italiani che stentano a trovare lavoro oggi. Ancora: si ricorda che nel 2010 si era candidato come consigliere comunale nel suo paese ottenendo 59 preferenze e non risultando eletto. Poi nel 2013 ecco che si presenta alle parlamentarie grilline e ottiene 189 preferenze. Così viene presentato alla Camera dove è eletto. Insomma, partendo da nemmeno duecento preferenze iniziali potrebbe diventare Primo Ministro.

Ripeto, niente contro il leader M5S, ma il dubbio resta: chi è Luigi Di Maio? 

Non è una critica, è una semplice domanda. Ma intorno a questo interrogativo rischia di giocarsi la sorte di tutto il Movimento: rivoluzione o fallimento? Il momento decisivo è adesso. La questione non riguarda soltanto Di Maio, ma anche i tanti candidati sindaci cui dovremmo affidare le nostre città, luoghi che ci stanno tanto a cuore. Che rappresentano la nostra identità e il nostro futuro. Perché dovremmo affidare Verona, Parma, la mia Genova a persona che non conosciamo?

Badate bene. Non intendo dire che si debba ricorrere a volti noti. Ci sono migliaia di persone che hanno un’esperienza di lavoro e di vita che testimonia e garantisce per loro. Mi è capitato giorni fa di partecipare in una grande scuola a un incontro di ex studenti: ho incontrato persone che lavorano in ong impegnate in processi di pace, medici che costruiscono ospedali in Africa, ragazzi che combattono davvero le mafie, ingegneri che inventano i computer del futuro, manager che guidano imprese con centinaia di dipendenti, avvocati impegnati nella difesa di minori abbandonati. E mi è venuto istintivo chiedermi se i cinquestelle siano riusciti a intercettare queste forze che in Italia ci sono. Ho confrontato l’esperienza e i curricula di questi ex studenti con quelli di alcuni candidati M5S che si candidano ad amministrare città da centinaia di migliaia di abitanti.

Vengono dei dubbi, soprattutto sui criteri di selezione: confronti online, graticole. Così si decide chi è un uomo degno di guidare una città o chi può diventare concorrente per un reality? Era la grande scommessa del Movimento, creare una nuova classe dirigente. Ma questa sfida è stata vinta oppure sono state troppo spesso premiate persone senza un passato che, proprio per questo, sono più facilmente controllabili?

Non si discutono i meriti del M5S: ha imposto alla politica temi troppo a lungo ignorati (la corruzione, la difesa della legalità e dell’ambiente, la lotta contro la finanza rapace). E’ stato anche uno stimolo importantissimo per gli altri partiti, come il Pd (che non hanno saputo approfittarne). Ancora: in Italia, a differenza di quanto avvenuto in Francia o Grecia, la rabbia e lo scontento sono stati rappresentati da un Movimento che non ha ceduto al razzismo o alla violenza, anzi, che ha difeso la Costituzione.

Ma le idee poi hanno bisogno di carne, sangue. Persone, insomma. E tanti candidati del Movimento non sappiamo chi sono. E nemmeno loro, mi verrebbe da dire, a volte si conoscono davvero. Perché quando ti trovi a contatto con il potere scopri aspetti di te stesso che non immaginavi. Di fronte a una prova tanto difficile emergono talvolta qualità inaspettate, ma spesso anche debolezze e miserie. Questa è l’esperienza (che è cosa diversa dall’età): essersi messi alla prova, conoscersi.

La selezione dei candidati sarà probabilmente la prova decisiva del Movimento che dovrà dimostrare se premia le capacità, se sa riconoscerle oppure se predilige fedeltà, obbedienze o ambizioni di bassa lega. Non si può cominciare a fare politica dal potere. Per capire dove va una persona, bisogno sapere da dove viene. Non basta l’autocertificazione. Altrimenti si rischia di premiare donne e uomini che non lo meritano. E soprattutto di lasciare in disparte – come purtroppo in Italia avviene da decenni – chi invece lo merita davvero. Questo sarebbe il fallimento dei Cinque Stelle e il tradimento delle speranze che ha suscitato.