“Se penso che la tortura funzioni? Certo che funziona”. Dopo aver alzato i toni firmando l’ordine per la costruzione di un muro al confine con il Messico, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, torna a far discutere su un tema storicamente caro ai cittadini statunitensi, quello della sicurezza. Nella sua prima intervista da inquilino della Casa Bianca, ai microfoni della Abc, il tycoon si dice disponibile a una reintroduzione dei metodi d’interrogatorio della Cia non contenuti nell’Army Field Manual e vietati nel 2009 dall’amministrazione Obama con due ordini esecutivi. Tutto mentre il Washington Post diffonde un documento di quattro pagine, un “Ordine Esecutivo – Detenzione e Interrogatori di Combattenti Nemici” proveniente, dicono, dagli uffici della Casa Bianca e nel quale si ordina la riapertura delle prigioni segrete della Central Intelligence Agency, i cosiddetti “Black Sites”, e del campo di detenzione di Guantànamo per i prigionieri stranieri accusati di terrorismo. “Non è un nostro documento”, ha dichiarato poi il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer. La notizia, però, ha scatenato la reazione delle organizzazioni umanitarie e della più importante alleata in Europa del nuovo Presidente americano, il Primo Ministro britannico Theresa May, che minaccia di interrompere i rapporti tra Regno Unito e l’intelligence Usa.

Waterboarding, percosse, privazione del sonno. Le violenze nei “Black Sites” della Cia
I cosiddetti “Black Sites” sono strutture di detenzione e interrogatorio segrete nelle quali la Cia porta prigionieri sospettati di collegamenti con il terrorismo. Si tratta di strutture che nascono al di fuori dei confini nazionali, in seguito a un accordo tra i servizi segreti statunitensi e i Paesi ospitanti. La loro esistenza è stata confermata dall’ex Presidente americano, George W.Bush, solo nel 2006, dopo pressioni da parte di alcune organizzazioni non governative. Si è a conoscenza di prigioni segrete nei Paesi dell’est Europa, in alcuni campi di Guantànamo, in Afghanistan e in Thailandia.

All’interno di queste strutture, l’intelligence Usa ha svolto interrogatori che violano le leggi internazionali sui diritti dell’uomo e le Convenzioni di Ginevra. Gli scandali nati dopo la pubblicazione di file desecretati e le testimonianze di alcuni ex detenuti hanno portato alla luce metodi di interrogatorio che prevedevano il ricorso alla pratica illegale del waterboarding, la privazione del sonno, il passaggio da luoghi estremamente caldi ad altri molto freddi, violenze e umiliazioni. In alcuni dei documenti desecretati, si legge che circa un quinto dei prigionieri dei Black Sites erano detenuti “per errori d’identità o investigativi”. Come nel caso di Khaled el-Masri, cittadino tedesco e libanese dal nome simile a quello di uno dei presunti organizzatori dell’attacco alle Torri Gemelle del 2001, che è rimasto prigioniero dei servizi segreti americani e interrogato per cinque mesi, subendo violenze, waterboarding e sodomizzazioni.

Ci sono poi altri casi eclatanti, come quello di Abu Zubaydah, sospettato di terrorismo e detenuto dai servizi di sicurezza americani da 14 anni senza essere stato processato. È stato probabilmente il primo prigioniero a subire la pratica del waterboarding, 83 volte in 12 giorni. Un accanimento che, in almeno un’occasione, lo ha ridotto in fin di vita. Durante la sua detenzione, Zubaydah ha anche perso l’uso dell’occhio sinistro, mentre altri prigionieri sono morti. Tutte pratiche, queste, che il neopresidente statunitense sembra ritenere legittime.

L’ordine esecutivo, anche se venisse firmato dal Presidente, non può portare a una riapertura immediata dei Black Sites della Cia, ma la linea di Trump sembra comunque seguire una strada ben precisa. Oltre alle ultime dichiarazioni sull’efficacia della tortura e la sua disponibilità a reintrodurre i metodi d’interrogatorio “speciali” di cui si serviva la Cia, durante la campagna per le primarie repubblicane The Donald dichiarò di voler reintrodurre l’uso del waterboarding nei casi di prigionieri accusati di legami con il terrorismo internazionale. “E anche molto peggio – ha aggiunto – Non solo perché le torture funzionano, ma perché se non funzionano (questi prigionieri) se le meritano lo stesso”.

Da Abu Ghraib ai documenti desecretati: benzina nel serbatoio del jihad
Gli auspici di Trump, se davvero dovessero concretizzarsi, rischierebbero di tornare ad alimentare quel filone di scandali legati ai soprusi e alle violenze nei confronti dei prigionieri che ha coinvolto l’esercito e, soprattutto, i servizi segreti statunitensi. Gli ultimi file ad essere desecretati risalgono solo a pochi giorni fa e divulgano nuovi particolari sulle torture praticate dalla Cia durante i suoi interrogatori nelle carceri segrete.

Questa serie di scandali ha come punto di partenza la pubblicazione, nel 2004, delle foto dei militari a stelle e strisce che umiliavano i prigionieri del carcere iracheno di Abu Ghraib. Un punto di non ritorno che ha innescato un meccanismo pericoloso proprio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e non solo. Se si ascoltano i messaggi propagandistici di al-Qaeda dopo queste rivelazioni o, più recentemente, si guardano i video diffusi dallo Stato Islamico, si noterà che racconti e fotografie di quello scandalo vengono ancora utilizzati per fomentare l’odio dei musulmani nei confronti degli invasori occidentali. Le torture nell’ex carcere iracheno, come quelle diffuse successivamente e riguardanti le prigioni segrete della Cia, sono andate a riempire il serbatoio del jihad che, così, è riuscito a reclutare un numero sempre maggiore di combattenti. Furono proprio le immagini di Abu Ghraib a far conoscere a tutto il mondo la faccia e i piani di Abu Musab al-Zarqawi, allora capo di al-Qaeda in Iraq e padre spirituale del futuro Stato Islamico. Fu per vendicare quei soprusi che, un mese dopo, il terrorista decapitò in video l’ostaggio americano Nicholas Berg, giurando vendetta per le torture subite dai prigionieri musulmani e invitando tutti i fedeli a unirsi alla causa del suo gruppo terroristico.

Le reazioni: “Il terrorismo non si vince col terrorismo”. E May minaccia lo stop alle relazioni con 007 Usa
Prima che tra i gruppi terroristici internazionali, le dichiarazioni di Donald Trump hanno scatenato la reazione delle organizzazioni umanitarie. “Con questa apologia della tortura, siamo tornati ai tempi di Bush – commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia – Quelle di Trump sono dichiarazioni completamente in contrasto con il divieto internazionale di tortura. Fatte in un periodo in cui la tortura è in forte aumento nel mondo”. Mentre il Segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, dichiara che “Il terrorismo non si vince con altro terrorismo. Perché questo farebbe la tortura: terrorismo”. La critica più dura, però, arriva dal Primo Ministro britannico, Theresa May, che minaccia di interrompere la collaborazione con l’agenzia di intelligence Usa nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero adottare la tortura per ottenere informazioni negli interrogatori.

Twitter: @GianniRosini