Era arrivato in discoteca insieme a 4 amici, tre ragazzi e una ragazza. Ma una volta davanti alla porta solo a lui, ragazzo di colore originario del Ghana, è stato chiesto di entrare da un ingresso secondario, separato dagli altri. Lo denuncia lo stesso protagonista, Abi Zar, giovane fotografo residente a Londra e nei giorni scorsi in visita a Modena, dove è cresciuto. “Siamo rimasti tutti senza parole”, scrive in un post su Facebook. “Possibile che nel 2017 i neri abbiano un ingresso diverso dai bianchi? Assurdo, inammissibile, vergognoso”.

Il racconto del ragazzo è dettagliato. Siamo nella notte tra il 13 e il 14 gennaio, la discoteca si chiama Kyi, e si trova a Boggiovara di Modena. Zar però precisa subito che la responsabilità non è della proprietà del Kyi, ma del Mo.Ma, organizzatore di eventi che ha affittato lo spazio. È qui dunque che il ragazzo decide di andare a ballare insieme ad alcuni suoi amici, tra cui una arrivata da Londra. Una serata come tante. “Il locale in questione contava due ingressi: uno vuoto dove nessuno era in fila e l’altro invece usato dai clienti  -spiega – Logicamente il nostro gruppo si avvicina all’ingresso usato da tutti ma al momento di andare a prendere il ticket dalla ragazza fuori, il buttafuori si avvicina a noi e mettendosi davanti mi mette la mano sul petto e mi ferma: Devi usare l’altra entrata”.

A quel punto il ragazzo chiede spiegazioni, e fa notare che è in compagnia di altre persone, dei suoi amici. “Mi dispiace, è la regola”, ripete il buttafuori. “Nei secondi successivi io e i miei amici ci siamo guardati increduli e stupiti di quella che era ‘la regola‘. Insomma eravamo quattro ragazzi e una ragazza, vestiti normali e con grandi sorrisi pronti a passare una serata insieme. Nota degna di rilevanza a questo punto è che io sono un uomo di colore nero; però davvero, è questo ciò che sta succedendo? Mi stavano davvero dicendo di usare un’altra entrata riservata ai neri?”.

Cresciuto nel modenese, dopo una laurea in Giurisprudenza Zar è volato a Londra, dove oggi lavora come fotografo e frequenta un master in Diritto internazionale. “Io che pago per entrare in un luogo pubblico non posso in un alcun modo essere soggetto ad un atto di puro razzismo così ingiustificato e umiliante. Lotterò in ogni modo legale possibile per far sì che chi abbia pensato una regola del genere e il locale che lo applica non lo possa più fare”.

In poche ora il suo racconto su Facebook guadagna oltre 10mila like e centinaia di commenti, scatenando una bufera intorno agli organizzatori. La loro replica arriva attraverso un comunicato, diffuso sempre su Facebook: “Siamo sorpresi  – si legge sulla pagine del Mo.Ma – da un’accusa che non ha senso, è grave e ci offende per l’impegno professionale che mettiamo in questo lavoro e in questa organizzazione da anni, accusa nata probabilmente da una molto più comune incomprensione all’ingresso del locale. Non c’è – proseguono – nessun intento discriminatorio da parte nostra ma solo il tentativo di premiare e privilegiare i clienti più affezionati che si mettono in lista per entrare o che arrivano prima di un determinato orario”. Si difende anche uno degli organizzatori in prima persona, Federic Zambelli. “Qui si tratta di vittimismo puro – accusa anche lui su Fecebook – Chi mi conosce,  sa benissimo che discriminare per il colore della pelle non è nella nostra indole di organizzatori né di credo politico”. E poi aggiunge: “Io da italiano sono stato trattato a pesci in faccia a Berlino e a Copenaghen. Non ne ho fatto un dramma, ho capito e compreso che magari alcuni miei connazionali potessero aver creato problemi alla struttura”.

Ma la vicenda non sembra ancora chiusa. La risposta degli organizzatori non ha fatto altro che scatenare una seconda pioggia di commenti e di critiche. Tra queste anche la testimonianza di una persona di origine straniera che racconta di aver vissuto la stessa esperienza. È lo stesso Abi Zar a confermarlo. “Sono stato contattato da persone che hanno subito lo stesso trattamento e dunque non sarò il solo ad agire. Nessuno della Mo.Ma sta minimamente rispondendo alla mia domanda, né cercando di chiarire. Non augurerei a nessuno – conclude – di vivere un’esperienza del genere e vi assicuro che il dolore e l’umiliazione che si prova sono emozioni che non si possono descrivere”.