Che il Venezuela fosse avviato a passare un pessimo Natale era cosa scontata. E tuttavia neppure il più uggioso degli uccelli del malaugurio avrebbe potuto immaginare quanto questo pessimo Natale potesse, ben oltre l’inevitabile miseria dei tempi, consumarsi nel segno della più autolesionistica demenzialità. O, se si preferisce, nel segno del più insensato provvedimento economico fin qui assunto da un governo che pure, in materia d’insensatezza, già aveva raggiunto, nei sui 17 e passa anni di vita, livelli grotteschi e apparentemente insuperabili.

Venendo ai fatti. Lo scorso 12 dicembre il presidente Nicolás Maduro ha annunciato la decisione di ritirare dalla circolazione in tempi strettissimi (appena 72 ore) tutti i biglietti da 100 bolivar. Ovvero: la banconota di più alta denominazione che – grazie ad una rampante inflazione, ormai prossima al 1.000% – rappresentava anche, al momento della decisione, il 77 % della moneta circolante.

Perché tanta fretta? Solo qualche giorno prima lo stesso governo aveva annunciato, per bocca del direttore della Banca Centrale Nelson Merentes, una riforma che prevedeva la trasformazione dei 100 bolivar (il cui valore è oggi, nel mercato parallelo, pari a poco più di due centesimi di euro) in una moneta metallica, e l’introduzione di nuovi biglietti da 500, 1.000, 10.000 e 20.000 bolivar. Quale erano dunque le motivazioni d’un provvedimento tanto drasticamente repentino che di fatto rischiava di lasciare (e che, come vedremo, di fatto ha caoticamente lasciato) il Paese senza denaro contante?

A illustrare queste ragioni hanno provveduto a reti unificate – ed è qui che la demenzialità ha davvero avuto inizio – prima lo stesso Maduro e poi, con più dettagli, il ministro degli Interni, il generale Nestor Riverol. Il Venezuela – ha spiegato il generale – si trova al centro d’un complotto ordito al fine di soffocare la sua economia privandola, per l’appunto, del vitale ossigeno d’una moneta corrente.

Tale complotto – organizzato da una imprecisata Ong e da varie “mafie” al servizio del Dipartimento di Stato degli Usa – ha l’obiettivo di fare uscire dal Paese, in direzione della Colombia, il più alto numero di biglietti da 100 bolivar, per poi farli confluire in depositi disseminati in vari paesi (il ministro degli Interni ha citato la Polonia, l’Ucraina, la Svizzera, la Repubblica Ceca e la Macedonia).

Perché – si è a questo punto chiesta ogni persona ragionevole – un tanto complesso itinerario? Non sarebbe stato più semplice – se l’obiettivo era quello di distruggere la moneta corrente venezuelana – limitarsi a bruciare le banconote? No, non sarebbe stato più semplice – ha implicitamente risposto Riverol – perché le banconote rubate dovevano essere conservate per essere utilizzate come prove al momento dell’incasso. Vale a dire: per ricevere, una volta caduto il governo bolivariano, i dollari 1,30 che il Dipartimento di Stato ha promesso, a Ong e mafie”, per ogni biglietto da 100 fatto uscire dal Venezuela.

Va da sé che né Maduro né Riverol – fedeli in questo a una molto consolidata tradizione chavista – si sono premurati di fornire la minima prova, o anche il minimo e assai vago indizio, d’una tanto diabolica cospirazione. E tantomeno hanno ritenuto opportuno rivelare la del tutto imperscrutabile logica della risposta governativa alla medesima. Che senso ha, infatti, contrapporsi a una congiura tesa a soffocare il Venezuela sottraendole la sua moneta corrente? Di che si tratta? D’una cura omeopatica? O soltanto – come a questo punto non pochi ipotizzano – dell’ultima nota d’un rossiniano crescendo di stupidità?

Molti vanno, in queste ore, affannandosi cercando di cogliere la logica di questa follia. Ma nessuna delle risposte appare convincente. Assolutamente inequivocabili appaiono, in ogni caso, le conseguenze del provvedimento. Le cronache di queste ore narrano di proteste e saccheggi (che Maduro ha ovviamente denunciato come parte del complotto imperiale di cui sopra) in diverse parti del paese.

E la cosa più tragica è che questa violenza va consumandosi in panorami nei quali non sembra esservi spazio alcuno per la speranza. Nell’ultimo anno il Tribunale Supremo di Giustizia (che dovrebbe essere il garante della Costituzione, ma che non è, in realtà, che l’ufficio legale del governo) ha cancellato, con una lunga serie di trucchi da baraccone e in complicità con il Consejo Electoral, la possibilità d’una uscita democratica dalla crisi attraverso un referendum revocatorio. Il dialogo tra governo e opposizione, promosso dallo spagnolo José Luis Zapatero e nella sua ultima fase sostenuto anche dal Vaticano, è defunto senza aver mai neppure cominciato a decollare.

Non v’è dubbio alcuno. Il Natale dei venezuelani sarà, quest’anno, demenzialmente orrendo. E quel che seguirà non potrà essere che molto peggio.