Ci sono anche 50 milioni di euro consegnati in contanti nella casa di Abuja (Nigeria) di Roberto Casula, all’epoca dei fatti responsabile di Eni per le attività operative di business nell’Africa sub-sahariana, destinati come “retrocessioni” “ad amministratori e dirigenti Eni” nell’atto d’accusa della Procura di Milano, che oggi ha chiuso le indagini per l’ipotizzata maxi tangente da un miliardo, 92 milioni e 40mila dollari per ottenere la concessione del giacimento petrolifero Opl-245 in Nigeria.

Nelle dodici pagine di avviso conclusioni indagini i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro ricostruiscono i passaggi – tra Milano, Abuja, L’Aja, Londra e Lugano tra l’autunno del 2009 e fino al 2 maggio del 2014 – di quella operazione che portò il gruppo del Cane a sei zampe e alla Shell Olanda – entrambe le società sono indagate in base alle legge 231 – a ottenere al 50% i diritti di esplorazione in acque profonde della Repubblica nigeriana nel 2011.

I pm ritengono che l’ex numero uno di Eni Paolo Scaroni diede “il placet all’intermediazione di Obi”, intermediario nigeriano, “proposta da Bisignani e invitando Descalzi” (all’epoca dg della Divisione Exploration & Production e attuale ad di Eni) “ad adeguarsi”. Entrambi, sia Scaroni che Descalzi, avrebbero incontrato “il presidente” nigeriano dell’epoca Jonathan Goodluck “per definire l’affare”. Un affare, nato con una anomalia genetica, perché per l’acquisizione del giacimento la presunta mazzetta e il prezzo dell’acquisto sono equivalenti. L’ex ministro del Petrolio Daniel Etete, infatti, alla fine degli anni ’90 si ‘autoassegnò’ la concessione del giacimento a costo zero, tramite la società Malabu e attraverso prestanome. Quindi i soldi pagati al governo nigeriano furono riversati al politico. Secondo l’accusa l’attuale amministratore delegato si era “adeguato” alle direttive nell’ambito della trattativa. Trattativa ha sconfinato nella corruzione internazionale.

Un ruolo operativo per Descalzi, secondo i pm, che contestano di aver tenuto personalmente i contatti con Obi, e con gli operativi di Rni in Nigeria Casula e Vincenzo Armanna, senior advisor della Nigerian Agip Oil e vice president per Eni attività upstream subsahariane. A quest’ultimo secondo l’accusa sarebbero stati trasferiti 017.852 dollari, l’8 maggio del 2012, su un conto corrente Ubi Bergamo da Cristopher Bajo Oyo, ex attorney general che ebbe anche ruolo di advisor per la “riallocazione” della licenza del giacimento.

Per i pm Descalzi ebbe indicazioni dal faccendiere Luigi Bisignani che oggi respinge ogni contestazione. Da Bisignani di fatto è partita l’inchiesta. Intercettando lui, la Procura di Napoli che indagava sulla P4, svelò l’affare trasmettendo gli atti a Milano. Ma non solo il top manager avrebbe concordato con il suo “omologo Malcom Brinded di Shell il prezzo dell’affare nella misura – si legge nella chiusura indagini – e, successivamente, fino alla conclusione della trattativa, coordinando con il medesimo Brinded la posizione delle due società”. E l’uomo che sussurrava ai potenti? Per la procura di Milano fu lui a presentare a Scaroni la possibilità di condurre in porto l’affare grazie all’intermediazione di Obi. Intermediazione discussa in un incontro a casa di Scaroni presente anche Descalzi. Ma non solo. Bisignani, ritengono gli inquirenti, avrebbe incontrato Armanna, avrebbe continuato a discutere con l’attuale ad Eni di cosa fare e “tenendo costanti contatti sia con Scaroni che con Descalzi nella fase di definizione dell’accordo sulle condizioni economiche dell’affare (1,3 mld) nel novembre del 2010″.

Alla fine il 29 aprile 2011 con l’atto Fgn resolution agreement Eni e Shell ottennero i diritti, secondo la Procura di Milano “senza gara, al prezzo unilateralmente stabilito da Eni e Shell in violazione della riserva di quote garantita alle cd “indigenous companies” sulla base delle linee guida governative in materia (“Government’s Policy of Indigenous Exploration Programme”), con piena e incondizionata esenzione da tutte le imposte nazionali (segnatamente “capital gain tax, taxes on income, witholding taxes, value added tax”), con la previsione dell’applicabilita di un regime fiscale favorevole (quello previsto dal Deep Offshore and Inland Basin Production Sharing Contracts Act cap D3, Laws of the Federation of Nigeria 2004) e una clausola di salvaguardia da future modifiche del regime fiscale con espresse limitazioni e vincoli al potere del governo nigeriano, e di ogni ente o agenzia governativa, di subentrare nello sfi:uttamento del blocco petrolifero e con la previsione dell’obbligo per il governo nigeriano di “tenere indenneH Eni e Shell da qualsivoglia futura azione legale relativa al blocco e da possibili statuizioni sfavorevoli e spese processuali”.

L’avviso di chiusura indagini è stato poi notificato anche a Ciro Antonio Pagano, all’epoca dei fatti managing director di Nae, Chuwuemeka Zubelum Obi, titolare della società Energy Venture Partners, Gianluca Di Nardo e Gianfranco Falcioni, che per l’accusa avrebbe “distribuito il denaro versato da Eni per la licenza”, e Dan Etete, ex ministro del Petrolio nigeriano e rappresentante della società Malabu, titolare, per i magistrati “con mezzi fraudolenti”, dal 1998 della licenza di esplorazione Opl-245 che avrebbe incassato 250 milioni di euro. Indagati in concorso anche “Alhaji Abubaker Alioune, Malcom Brinded, Peter Robinson, Guy Colegate, John Coplestone” per cui la procura procede separatamente. Eni – in una nota – ribadisce la correttezza dell’operazione di informa di aver incaricato un studio legale americano indipendente di condurre verifiche.