“Ce la mangiamo io e te la torta dell’alta velocità”. Alla fine, invece, l’imprenditore Giovanni Toro è stato condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici avrebbe favorito la ‘ndrina di San Mauro Marchesato distaccata in Piemonte, smantellata dai carabinieri del Ros e dalla Dda di Torino – pm Giuseppe Riccaboni, Antonio Smeriglio e Roberto Sparagna – con l’inchiesta “San Michele” nell’estate 2014. Oggi la Quinta sezione penale ha condannato anche altre cinque persone: Vincenzo Donato, Luigino Greco e Nicola Mirante per associazione mafiosa con pene intorno ai nove anni; Pasquale Greco a tre anni per usura e Marian Lubine a cinque anni. Altre undici persone erano state condannate un anno fa nel rito abbreviato.

Tre gli imputati ritenuti innocenti: Gianluca Donato (difeso da Stefania Nubile) e Francesco Gatto (difeso da Carlo Romeo), accusati di 416 bis e assolti per non aver commesso il fatto. Innocente anche Ferdinando Lazzaro, accusato di sversamento illecito di rifiuti in una cava. Ieri, in un altro procedimento, l’imprenditore della Valsusa ha invece patteggiato una pena di tre anni, un mese e dieci giorni per bancarotta fraudolenta in merito al fallimento della sua Italcoge, società che aveva ottenuto alcuni appalti per l’avvio dei lavori preliminari del cantiere di Chiomonte (dove è in corso lo scavo del tunnel geognostico della Torino-Lione) e che aveva concesso a Toro un subappalto, quello per l’asfaltatura del cantiere nell’estate 2011. Lazzaro sta anche affrontando un processo per turbativa d’asta.

Nel corso di questa inchiesta i carabinieri non avevano documentato soltanto la frase di Toro sulla “torta dell’alta velocità”, ma anche le sue intenzioni verso chi protestava: “Se arrivano i No Tav con l’escavatore ci giriamo e ne becchiamo qualcuno – aveva detto a Gregorio Sisca, condannato in abbreviato a cinque anni per mafia ed estorsione – E che cazzo, stiamo lavorando, spostatevi che dobbiamo lavorare. E col rullo gli vado add… cioè salgo io sul rullo e accelero. Se non ti togli ti schiaccio. Che dobbiamo fare, la guerra!”, affermava commentando le notizie sullo sciopero dei dipendenti della Italcoge.

Monitorando i contatti di Lazzaro, il Ros aveva scoperto i suoi legami con politici e amministratori, come il consigliere regionale Pd Antonio Ferrentino e l’attuale commissario del governo alla Torino-Lione Paolo Foietta, ex dirigente della Provincia di Torino. Lazzaro, sfruttando forse la sua immagine di imprenditore minacciato, cercava il loro appoggio, quello di Stefano Esposito tramite l’ex senatore dei Ds Luigi Massa (presidente del Consorzio Valsusa) e dell’ex dg di Ltf Marco Rettighieri. “Sono emerse altresì aderenze di Lazzaro con personaggi politici e della pubblica amministrazione, artatamente utilizzate per volturale alla neo costituita Italcostruzioni licenze e autorizzazioni giù nella disponibilità della fallita Italcoge”, annotavano gli investigatori.

I giudici del tribunale di Torino hanno inoltre riconosciuto un risarcimento di centomila euro a Mauro Esposito, imprenditore vittima dell’estorsione compiuta da Nicola Mirante (condannato a nove anni) e dalla finta avvocatessa Gabriella Toroddo (condannata in abbreviato a quattro anni per concorso esterno). Sotto la loro pressione, Esposito e la sua società si erano ritrovati in una situazione drammatica aggravata da alcune sentenze contrarie a lui e favorevoli a Mirante e dalle richieste dell’Inarcassa.