Ha pesato il merito della riforma, certo, l’ostilità verso il governo Renzi o verso il premier in prima persona, ovvio. Ma i numeri sui flussi di voto suggeriscono di considerare anche altre variabili: il partito di riferimento, l’età e la classe sociale.

I partiti. Se guardiamo al rapporto tra la scelta sulla riforma e l’orientamento politico, l’Istituto Cattaneo osserva che “gli elettorati dei partiti “storici” si frammentano mentre quello del (non)partito nuovo rivela una compattezza granitica”. Guardiamo il Pd: tra quelli che lo hanno votato nel 2013, una quota tra il 20 e il 33 per cento è passata con il No. Swg, un istituto di sondaggi, ha confrontato invece la scelta referendaria con il voto alle europee del 2014: il Pd è riuscito a spingere sul Sì il 61 per cento di quell’elettorato (che segnò un record, il 40,8 per cento dei consensi in quella consultazione), cioè 6,8 milioni. Il 22 per cento dei votanti Pd del 2014 è passato con il No.

Ancora più interessante considerare la sovrapposizione tra l’elettorato attuale del Pd, secondo quanto misurato dai sondaggi, e il referendum: il Sì è all’83 per cento, dice Swg. Questo significa che, almeno nell’elettorato, c’è stata già una scissione di fatto. Chi ha votato No non voterebbe i democratici alle elezioni, e viceversa.

Anche sul fronte del No la nettezza delle posizioni di partito è evidente: tra i sostenitori della Lega i No sono all’80 per cento, tra quelli dei Cinque Stelle al 76, in Forza Italia al 79, sempre nei calcoli Swg. E i Cinque Stelle sembrano i più coerenti: tra quelli che hanno sostenuto il movimento di Beppe Grillo nel 2014, calcola Ixé, ben il 72 per cento hanno votato per il No, un 17 per cento si è astenuto e il 10,1 si è fatto convincere dal Sì.

Istruzione e reddito. La preferenza politica però non spiega tutto. Tutte le analisi sono concordi su altre tre conclusioni: il No ha prevalso tra i giovani, gli italiani con redditi più bassi e tra quelli con istruzione più elevata (tre categorie che purtroppo si sovrappongono sempre più spesso). Per Swg il No passa dal 53 per cento di chi ha una condizione medio alta al 71 di chi invece è nella fascia medio bassa. E l’Istituto Cattaneo ha riscontrato che anche all’interno dello stesso Pd il No sembra correlato alla condizione economica: nelle sezione del partito dove il reddito mediano è sotto i 18.000 euro annui la riforma è stata bocciata con il 51,3 per cento, in quelle dove sta sopra i 25.000 euro i No si sono fermati al 40,1.

Tra i disoccupati, nota Swg, il No arriva al 73 per cento, la categoria sociale che più di ogni altra ha votato contro. Ancora più degli operai (64) e, sorpresa, degli insegnanti che si sono fermati al 53: segno che, nonostante la rabbia e le proteste per la Buona Scuola, è ancora lì che il Pd ha uno zoccolo duro di consensi.

Giovani e vecchi. Dai dati Ixé si vede che il No è fortissimo tra i giovani e si depotenzia con l’avanzare dell’età: si passa dal 49 per cento nella popolazione tra i 18 e i 24 anni (i Sì sono solo al 23, gli astenuti al 28) e scende fino al 30 nel blocco degli over 65. E lo stesso riscontra il Cattaneo sempre osservando le sezioni del Pd di Bologna: si passa dal No al 51,3 per cento nelle sezioni con un’età media inferiore a 45 anni al No al 44,5 in quelle che invece sono sopra i 50 anni.

Per quanto caute, si possono avanzare alcune conclusioni sulla base di questi numeri.

Primo: il Pd ha limiti rilevanti. Renzi non è riuscito ad attirare sul Pd blocchi consistenti di voti dagli altri partiti, la Costituzione è stato un argomento trasversale tra i suoi oppositori ma il consenso alla riforma si è limitato al recinto dei “renziani”. Questo dovrebbe suggerire al Partito democratico di contenere le sue velleità di agire come catalizzatore centrista, neppure un leader assai poco di sinistra secondo i canoni tradizionali è riuscito a unire un vasto schieramento sociale.

Secondo: il cambiamento è un flop. La riforma è stata presentata come uno strumento fondamentale per agevolare il cambiamento del Paese. Ma l’hanno votata solo i più conservatori (gli anziani, quelli a più basso livello di istruzione, i redditi alti). Quindi, per quanto sembri uno scioglilingua, chi votava convinto dallo slogan del cambiamento lo faceva perché preferiva conservare lo status quo (Renzi, la grande coalizione ecc). Mentre chi votava per conservare la Costituzione respingendo gli slogan sul cambiamento, lo faceva sperando di cambiare. Un bel pasticcio che regala però una conclusione semplice: se prometti il cambiamento del Gattopardo, ti votano i conservatori. Se avanzi proposte radicali davvero di rottura – reddito di cittadinanza, per esempio – puoi puntare agli elettori delusi, ai margini, senza niente da perdere.

Terzo: il primato è dell’economia. Il voto era iper-politico, su questioni comprensibili davvero solo a ristrette minoranze di addetti ai lavori. Ma ovviamente ha pesato moltissimo la deludente situazione economica individuale e collettiva. I troppo frequenti inviti all’ottimismo da parte di Matteo Renzi possono aver addirittura esacerbato questo senso di frustrazione, portando consensi al No. Purtroppo non si possono trarre grandi lezioni da questa osservazione, perché le strade percorribili per un leader di partito o di governo sono solo due: ottenere risultati molto concreti tra le fasce più disagiate (ed è difficile, vista la scarsità di risorse) oppure ridimensionare le aspettative dell’elettorato, smettendola di dire che andrà meglio. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, si potrebbe anche concludere che è impossibile vincere le elezioni senza il consenso di chi oggi è in fondo alla scala sociale: i giovani, i disoccupati, quelli con i redditi più bassi.
Senza volerlo, Renzi potrebbe aver costretto la politica italiana ad andare un po’ di più verso sinistra.