“Amazing Grace! How sweet the sound,/ That saved a wretch like me!/ I once was lost, but now I am found./ Was blind but now I see”.
“Meravigliosa Grazia!/ Com’è dolce il suono,/ che ha salvato un miserabile come me!/ Un tempo ero perso, ma ora mi sono ritrovato./ Ero cieco ma ora vedo”.

Leggendo L’orco in canonica, romanzo uscito per Marsilio – ispirato a una vicenda vera -, tornano spesso in mente le note e le parole di Amazing grace. La celebre canzone scritta da un negriero che si salva dalla tempesta e cambia vita. La stessa canzone che don Fulvio – il giovane e colto diacono pedofilo del libro – insegna ad Anna. In queste parole e in queste note, soavi e solenni, c’è il suono beffardo della religione usata come arma per abbattere le esili difese psicologiche di una bambina, entrare in confidenza sempre maggiore con lei, e infine violentarla in parrocchia soggiogandola al silenzio come una schiava. La religione, diversamente che in Amazing grace, come arma e percorso di ricatto, non di riscatto. Nelle parole e nelle note di questo inno cristiano risuona anche però la speranza di un approdo di salvezza – dopo avere superato la tempesta -, senza la quale la storia avrebbe un colore diverso, cupo come il tunnel terroso che nella bella copertina imprigiona Anna.

Sì, perché L’orco in canonica, di Paolo Cendon, è solo in parte un romanzo sulla violenza che una bambina di una tranquilla città di provincia del Nord Italia ha subito per cinque anni. Per qualche tempo insieme a Rocco, un’altra vittima, che preferirà tacere per sempre, forse in cambio di un aiuto economico. Per il resto del lungo viaggio, il lettore viene trasportato in territori diversi, attraverso pagine meno claustrofobiche e crude, altri paesaggi mentali e fisici, altri registri narrativi. Nelle parti successive agli anni della “stanzetta”, subentra la rimozione totale del terribile vissuto fino all’università, l’amnesia traumatica totale. La memoria viene recuperata attraverso un processo da thriller psicologico – quasi ipnosi regressiva – e parte la denuncia. Le indagini, i pedinamenti e le intercettazioni della polizia giudiziaria si concentrano sul prete ma anche sul parroco e l’amante del parroco, l’insegnante di religione, “l’Arneri”. Sapevano e non hanno mosso un dito? Si arriva al processo. Nell’aula del tribunale Anna subisce un secondo calvario. La difesa vuole dimostrare che si è inventata tutto, tirando in ballo la suggestiva teoria americana dei “falsi ricordi”, la memoria indotta e manipolata. Non ci sono prove: e tutto è affidato alla sua testimonianza.

Colpiscono molto le domande impietose sulla forma del pene di don Fulvio e la gogna mediatica che un prete cerca di infliggere alla vittima facendo il nome di Anna su Facebook. La pagina è stata subito rimossa ma il secondo calvario – il processo e l’aggressione su Facebook – deve essere stato devastante, anche se Anna non era più una bambina ma ormai una giovane donna, laureata in legge e sostenuta dalla famiglia, dagli avvocati e dal suo professore di diritto privato, l’alter ego letterario dell’autore, al quale racconta la storia. Anna affronta ogni prova con forza e fermezza, ma il sacerdote viene assolto in primo grado. Della parte finale dirò dopo. Volevo adesso dire un’altra cosa. Solo una persona dal tocco narrativo lieve e impegnata da anni sul fronte dei soggetti deboli come Paolo Cendon poteva affrontare un tema che “fa tremar le vene e i polsi”, per usare l’immagine ematologica dantesca.

L’autore del romanzo – se mi si passa la semplificazione – è una sorta di Basaglia del diritto, autore tra l’altro di un saggio sulla follia e la responsabilità civile (Il prezzo della follia, Il Mulino), docente per lungo tempo all’università di Trieste, “padre” del danno esistenziale e dell’amministrazione di sostegno, che ha integrato l’istituto rigido e assolutistico dell’interdizione secondo una concezione mite del diritto, rivolta a proteggere i soggetti deboli. Quanto al danno esistenziale – in questo caso per abusi sessuali -, lo vediamo spiegarsi e dispiegarsi lungo la vita di una bambina, che cresce e infine diventa donna e mamma. Ed è il tema della tesi che Anna chiede al professore, una tesi su stessa per così dire: lo spunto legale di un romanzo, per niente appesantito da digressioni giuridiche, che scorre fluidamente sulla trama della realtà. L’orco in canonica, secondo le ultime tendenze, si colloca nell’interessante terreno tra fiction, cronaca e saggio, restando comunque più vicino al confine romanzesco per impianto e stile classico. L’esistenzialismo è un punto di riferimento fondamentale, e trova qui un’originale fusione tra letteratura e diritto. Diciamo che questo libro è la continuazione del discorso sul danno esistenziale con altri mezzi, i mezzi del romanzo. Un ritorno, in un certo senso. Se pensiamo che in fondo l’esistenzialismo – applicato da Cendon nel campo del diritto – è stato soprattutto una corrente letteraria.

La materia non è facile né leggera, anche se lo è il modo in cui è trattata, anche se il testo è appassionante e ben scritto.  Ci possono essere resistenze ad affrontarlo da parte dei lettori meno coraggiosi? Non è molto più comodo tapparsi gli occhi, o parlare di tragedie lontane? Casomai occuparsi di pedofilia quando la scomoda realtà viene rivestita dei panni “cool” degli attori hollywoodiani, come per il film premio Oscar Il caso Spotlight? Ma non è in fondo il silenzio, la rimozione, la prima condanna inflitta ad Anna che subisce quasi senza ribellarsi e parlare, senza poterlo fare? La forza del racconto sta soprattutto nello sviluppo longitudinale, esistenziale appunto, dove le atmosfere cambiano, nel distendersi lungo l’arco di molti anni o almeno fino alla soglia di una condizione adulta duramente conquistata. Non un approdo senza ombre, ma dove prevale la luce. Nell’ultima parte del libro il rapporto con il fidanzato – compagno di università a Pavia – si sistema, certi blocchi vengono superati, arriva una gravidanza e la protagonista del romanzo – ormai donna – se ne va letteralmente per la propria strada cercando di voltare pagina, di chiudere il libro insieme al lettore. Una dissolvenza finale, sullo sfondo della laguna veneziana, che lascia aperte diverse soluzioni ma tende a un colore positivo. Don Fulvio, nonostante l’ingente somma che la Chiesa deve pagare per risarcimento – sulla base di una sentenza storica non solo per l’Italia -, resta in servizio e può continuare a infliggere sofferenza. La prescrizione lo salva dalla condanna penale in appello. Perché i bambini muoiono?, chiedeva a Dio l’idiota dostoevskiano. La citazione, per stare in tema, è abusata, ma in questo caso pertinente. Non solo muoiono continuamente – nei reparti di oncologia, sui barconi nel Mediterraneo, ad Aleppo e in altre città in guerra – ma vengono violentati proprio da ministri del culto. Nella “casa di Dio” e con la copertura della gerarchia ecclesiastica. Ci mettono una vita a rinascere, devono attraversare i sette mari, vincendo la tentazione di buttarsi “nel gorgo”. Immagine pavesiana finale (“Scenderemo nel gorgo muti”) che evoca il suicidio così come un’innocua passeggiata con carrozzina sul lungofiume a Pavia.