Genova è una città dalla bellezza sconcertante che continua a rivelarci il suo profondo disagio; allo stesso tempo, sa spingerci ogni volta a pensare che non può esserci rassegnazione, che è necessaria una reazione, e oggi, 15 novembre, sono i lavoratori dei SerT (Servizi per le Tossicodipendenze) a dircelo nuovamente mentre scendono in piazza, dopo una prima manifestazione di protesta avvenuta lo scorso 8 novembre presso la sede della Asl3 di via Bertani.

sciopero-sert-genovaUno sciopero alquanto “anomalo”, perché questi lavoratori non stanno chiedendo aumenti salariali, né contratti, né rivendicano chissà quale “privilegio” (ormai, i diritti, qualcuno li chiama così). In questo senso uno sciopero storico, nel suo piccolo, nel suo essere “locale”; perché questi lavoratori, oggi, denunciano uno stato di abbandono da parte delle istituzioni, la mancanza di risorse, di sicurezza, di spazi adeguati, di organico, di progetti di prevenzione indirizzati alle scuole e alle nuove dipendenze. Denunciano l’accorpamento di alcuni distretti avvenuto per inagibilità di edifici che cadono a pezzi, con il conseguente sovraccarico di persone provenienti da diverse zone della città e la promiscuità dannosa di problematiche più o meno gravi in spazi ristretti.

Uno sciopero che mette al centro i diritti di qualcun altro mentre rivendica quello di poter svolgere adeguatamente il proprio lavoro. Prima ho scritto “persone”, lo so. Si chiamano “utenti” (tecnicamente); altrimenti “pazienti”, oppure soltanto “tossici” per chi banalizza la complessità delle dipendenze e tende alla discriminazione.

Marco Malfatto, della Comunità San Benedetto al porto di Don Gallo, denuncia: “Mentre tutti i dati sul consumo problematico di sostanze segnano un aumento soprattutto nella popolazione giovanile, in una Regione con una diffusione dell’eroina sopra la media nazionale (anche tra la folla di detenuti nel carcere di Marassi), il personale dei servizi per le dipendenze è sempre in contrazione, e il budget a disposizione dei Sert per l’inserimento in percorsi nelle strutture accreditate è continuamente sottoposto a tagli”.

Per questo e non solo, la Comunità San Benedetto e altre realtà genovesi che operano in perenne relazione con i SerT, hanno espresso solidarietà e questa mattina sono a fianco dei lavoratori in sciopero. L’alcolismo giovanile aumenta, e la Liguria è la Regione con il maggior uso di eroina d’Italia, per non parlare del crack. Le modalità di assunzione si sono diversificate ma resta altissimo e in aumento il contagio dell’Hiv tra i giovani. La penalizzazione delle sostanze leggere come la cannabis, induce il mercato nero a tagliare i prodotti con sostanze chimiche che aumentano il rischio di esordio dei sintomi psichiatrici.

Poi c’è il gioco d’azzardo, i Gratta e Vinci, le macchinette e i debiti che spesso portano una tragica coda di suicidi. In questa situazione, sulle pagine genovesi de La Repubblica è uscita un’intervista al direttore generale della Asl3 Luigi Bottaro che dipinge una situazione idilliaca, e uno in cui il professor Giorgio Schiappacasse, direttore dei SerT Asl3, lancia l’emergenza della “dipendenza da Tablet”: con tutto il rispetto, è come parlare di petardi mentre sta scoppiando la bomba atomica.

Perché qui dentro, dentro questa protesta e questo disagio, si potrebbe entrare e approfondire ancora. E ci si potrebbe chiedere quanto ancora possa avere senso un proibizionismo dai paraocchi cerati, che sceglie di non autofinanziarsi nemmeno più. Quindi, al di là di credere o non credere alla possibilità di nuove regole, all’utilità reale di politiche di riduzione del danno come accade in quasi tutta Europa (vedi le sale del consumo), o la legalizzazione in tutte le sue varie forme, qui siamo di fronte all’inadeguatezza dello stesso sistema proibizionista, incapace o volontariamente carente nell’affrontare sia l’illegalità del sistema imposto da se stesso, sia quelle dipendenze che si sviluppano nella legalità.

Se gli “utenti” sono “malati”, allora vuol dire che qualcuno ha in mano un fucile e potrebbe far fuori più di 5000 persone in una sola città. Se potenzialmente non lo fossero, è necessario un cambiamento sostanziale di concetto e di regole per far sì che non lo diventino. Al momento, un paradosso chiuso in un vicolo cieco.

Tornando ai lavoratori in questione, nello slancio di amore e dedizione verso la loro professione e nel senso profondo che gli danno, meritano rispetto, ascolto e soluzioni concrete, qualunque sia nel merito la posizione di ognuno di noi. Che di qualcuno, al SerT di piazza Dante, ricordo ancora il nome, i sorrisi, e le mani tese. E mi rendo conto solo oggi di non averli mai ringraziati come avrei dovuto.