Bergoglio stupisce sempre. Ieri ha detto: “Siamo alla bancarotta dell’umanità. Soldi alle banche, non a chi soffre”, alludendo a quel sistema finanziario che sceglie, al posto della politica, i provvedimenti economici, lasciando indietro i bisogni della gente comune. La politica non ha più morale, almeno nel nostro paese. Così mi ha detto un ragazzo di quindici anni incontrato a una rassegna culturale: “Non mette al primo posto la vita dei cittadini”.

Una volta non era così. Probabilmente la classe politica d’allora, quella che guidò il Paese dopo il secondo conflitto mondiale, era più vicino alla gente. Questa vicinanza era dovuta all’esperienza della guerra e all’incertezza della vita. La mancanza del benessere che aveva rimodulato le priorità comuni. Mentre oggi “siamo ostaggi del benessere” e chi fa politica si stacca dalla gente, si vende ai compromessi. La politica non è più vista (e vissuta) come uno strumento per aumentare il benessere collettivo ma quello personale. Ciò non è detto in senso “antipolitico” ma per far scaturire una riflessione che deve partire da ognuno di noi.

Come quella che dobbiamo affrontare riguardo alle condizioni delle carceri in Italia. Sono anni che si cerca una soluzione ma solo in un unico senso: “Aumentare le strutture detentive”. Invece, come ha ricordato oggi il Papa, bisogna pensare a pene alternative, magari fuori dal carcere.

Il dialogo islamo-cristiano, quello che la politica affossa costantemente utilizzando slogan di odio e di paura, è ciò che Papa Francesco, privo di interessi elettorali, porta avanti. I partiti no: pensano all’immediato, a come cavalcare al meglio la paura verso l’altro per vincere le elezioni. Non riescono a comprendere che il conflitto sociale, che ha nel radicalismo e nel populismo i suoi prodotti, lo si disinnesca solo attraverso il confronto costruttivo. Abbiamo bisogno di statisti ma anche di ritornare all’impegno.