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Riccardo viveva per strada a 25 anni: la sua storia di rinascita grazie a una comunità attiva

Io non credo a nulla in modo assoluto, ma credo che a volte ciò che chiamiamo destino tolga e dia. E in questo caso è stato bello poter contribuire a dare una seconda possibilità a un giovane
Riccardo viveva per strada a 25 anni: la sua storia di rinascita grazie a una comunità attiva
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Riccardo è un ragazzo di 25 anni, quasi 26, abbandonato dalla sua famiglia. Ha un passato di tossicodipendenza e vive per strada. Si è presentato casualmente alla mia porta. L’ho osservato: è poco più grande di mia figlia maggiore, ma di poco. L’ho visto distratto, perso, con la testa tra le nuvole. Non era eccessivamente sporco, né nel corpo né nell’abbigliamento. Era un po’ trasandato, diciamo.

Mi si è avvicinato in silenzio e mi ha fissato. Gli ho chiesto cosa volesse e lui ha risposto: “Non voglio nulla”. Allora gli ho domandato: “Vivi per strada?”. “Perché mi fai questa domanda?” mi ha risposto. Gli ho detto che, per esperienza, pensavo vivesse per strada. Ha esitato un momento e poi ha confermato di sì, dicendo che dormiva poco distante da dove mi trovavo io. A un certo punto abbiamo iniziato a chiacchierare, due parole tra un uomo adulto e un giovane uomo.

Non mi sono fatto i fatti miei e gli ho domandato perché vivesse in strada. Mi ha raccontato a modo suo la sua storia: i problemi che aveva avuto, le scelte sbagliate che aveva fatto e quelle che, in parte, stava ancora facendo. Chi legge questo blog sa che, attraverso un intervento diretto e una rete di amici, in sostanza una comunità attiva, ci siamo impegnati in questi mesi per restituire dignità a chi vive per strada, anche solo attraverso una doccia o un pasto caldo. Quando gli ho proposto uno dei buoni per lavarsi e gli ho spiegato dove poteva andare, mi ha detto che in quella zona non poteva presentarsi: aveva avuto una “discussione” con un mio collega, al quale aveva rubato del cibo. Per questo motivo lì non era più ben accetto, ma esisteva un’alternativa in un altro bagno.

Ci siamo salutati così, senza neppure scambiarci il nome. Dopo circa una settimana si è ripresentato, sempre in modo dignitoso e rispettoso. Mi ha salutato e ha detto: “Io sono Riccardo”. Io ho risposto: “Ciao, io sono Raffaele”. Mi ha domandato una sigaretta, gliel’ho data, ce la siamo accesa e fumata davanti all’ingresso. Gli ho chiesto come avesse passato la settimana e lui mi ha raccontato che, mendicando, era riuscito a mettere da parte circa 300 euro, una cifra importante per la sua condizione. Una notte, però, mentre dormiva sotto un albero in una piazza qui vicino, qualcuno lo aveva aggredito, picchiato e derubato dei soldi e di altre cose, rompendo anche il telefono, che era il suo unico mezzo di contatto con il mondo.

Quella sera gli ho offerto la cena, e poi è andato via. È tornato nei giorni successivi e, ogni volta, è stato nostro ospite. Ha sempre mantenuto un atteggiamento educato e, incontro dopo incontro, ha iniziato a raccontare qualcosa in più di sé: la scuola che aveva fatto, una sorella, una ragazza di cui era innamorato. In qualche modo mi sono affezionato a questo ragazzo ribelle, scapestrato e abbandonato. Ho pensato che si potesse fare qualcosa per lui, perché tra le persone che seguiamo è uno dei più giovani e, tutto sommato, ha ancora poca esperienza di strada. La sua mente è lucida, reattiva, non si droga più. Restano però i segni di quella vita: dolori diffusi, rabbia accumulata, piaghe, infezioni e muffe ai piedi, conseguenza diretta di chi vive senza poter mantenere un minimo di igiene.

Questa frequentazione è durata circa tre mesi. In questo periodo ho cercato di trovare una soluzione concreta, usando tutte le risorse e le amicizie a disposizione. Mi sono ricordato di Marcello, un amico che fa volontariato in una cooperativa che gestisce housing sociale, e l’ho contattato per capire i costi di un eventuale inserimento. Luisa, un’altra amica, lavora in un settore che le permette di attivare opportunità lavorative, e si è resa disponibile a seguire il caso. Probabilmente un lavoro siamo riusciti a trovarlo.

Roberto aveva un telefono che non utilizzava più e lo ha donato. Abbiamo anche acquistato una sim, poi ho scritto nella chat che ho con i miei clienti, domandando se ce la sentissimo di fare qualcosa per lui. In circa tre ore abbiamo raccolto l’equivalente di due mesi di affitto, più qualche altra piccola somma.

Quando l’ho rivisto gli ho chiesto di portarmi un curriculum, se lo aveva, altrimenti lo avremmo scritto insieme. Lui ha detto che sarebbe riuscito a recuperarlo e a farselo stampare da un conoscente. Due giorni dopo me lo ha portato e l’ho girato a chi di dovere. Da quel momento sono passati circa dieci giorni senza che si facesse vedere. Nella mia testa ho pensato diverse possibilità: la prima è che gli fosse successo qualcosa; la seconda è che avesse paura di affrontare una vita diversa, con responsabilità, lavoro e stabilità a cui non era più abituato.

Poi si è ripresentato, quasi a fine servizio del pranzo: pulito, pettinato, addirittura profumato. Gli ho chiesto dove fosse stato e lui ha detto che aveva provato a cercare lavoro, andando in giro a proporsi. Gli ho detto di aspettare un attimo, perché dovevo parlargli, gli ho raccontato cosa avevamo organizzato per lui: un tetto, un lavoro e un telefono. Per una decina di secondi è rimasto in silenzio, come disorientato dopodiché gli si sono illuminati gli occhi. Quel barlume, quella luce, che quando arriva, vale più di molte parole.

Gli ho detto in modo diretto che ora doveva riprendersi la sua vita, perché gli era stata offerta una seconda possibilità e noi ci avevamo messo faccia e impegno. Non poteva farci fare una brutta figura. Gli ho dato una pacca sulla spalla, e offerto il pranzo e gli ho detto di passare a prendere il telefono in serata e di presentarsi qui lunedì mattina, perché Marcello lo avrebbe accompagnato nella sua nuova casa.

Io non credo a nulla in modo assoluto, ma credo che a volte ciò che chiamiamo destino tolga e dia. E in questo caso è stato bello poter contribuire a dare una seconda possibilità a un giovane. Spero che non venga sprecata. Anzi, ne sono quasi convinto, nella vita l’unica certezza è la morte. E questa, per una volta, non è una storia di morte, ma di rinascita.

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