La nuova impronta radical-giovanilista della Rai, dopo i primi mesi di rodaggio, sta mostrando i primi risultati. Alcuni (pochi, in realtà) positivi, molti altri negativi. Sarà colpa del target di riferimento della tv pubblica che non ha ancora digerito il cambiamento? Sarebbe molto comodo pensarla così, soprattutto per i nuovi dirigenti di viale Mazzini che si trovano alle prese con un carrozzone difficile da innovare e riformare. Ma tra i tanti esempi di programmi nuovi o rinnovati che si barcamenano tra risultati deludenti all’Auditel e, cosa ancora più grave, standard qualitativi bassissimi, uno in particolare merita l’attenzione di chi ha a cuore le sorti di nonna Rai. Stiamo parlando di Il Tempo e la Storia, una sorta di biblioteca che, in quasi 500 puntate, ha costruito un archivio di interessanti monografie storiche, offerte al telespettatore con uno stile divulgativo semplice, lineare, diretto. O almeno così è stato fino alla scorsa stagione televisiva, quando alla guida del piccolo ma prezioso gioiello c’era ancora Massimo Bernardini, conduttore dell’acclamato TvTalk e negli ultimi anni anche volto principale della RaiStoria post-Minoli.

Il Tempo e la Storia, prodotto da RaiCultura, va in onda dal lunedì al venerdì su RaiTre (e in replica la sera su RaiStoria), condotto da quest’anno da Michela Ponzani, giovane storica e scrittrice che ha raccolto la pesantissima eredità di Bernardini. Il format, infatti, è nato ed è cresciuto proprio grazie alla personalità dell’ex conduttore, al suo approccio curioso, spesso volutamente ingenuo, in modo da stimolare le risposte dello storico che giorno dopo giorno è ospite in studio. Il gioco delle parti tra il conduttore curioso e il dotto studioso era perfetto e aveva costruito un gioiellino di divulgazione storica adatto a tutti, accessibile a ogni tipo di telespettatore. Bernardini è maestro assoluto di semplificazione di temi anche assai complessi, e se ha ancora un senso il concetto di “tv pedagogica”, di sicuro è e deve essere incarnato da quel modo rigorosso eppure moderno di fare cultura sul piccolo schermo.

Ma se andava tutto così bene, perché Bernardini ha lasciato la conduzione della sua creatura, lasciando campo libero alla volenterosa ma assai scialba Ponzani? Scelta di Daria Bignardi, da poco a capo della Terza Rete, che forse si è fatta prendere troppo la mano dal concetto di ringiovanimento di RaiTre, cadendo nel trappolone politicamente corretto di scegliere una donna, per giunta giovane, credendo così di dimostrare chissà cosa a chissà chi. È la solita estremizzazione del concetto di rinnovamento che, però, non è e non sarà mai un mero fatto anagrafico. Per rendersene conto ancora una volta basta confrontare Il Tempo e la Storia di Bernardini e quello della Ponzani: c’è, in effetti, una differenza abissale di modernità del linguaggio, però a vantaggio proprio di Bernardini. Che sarà anche uomo e non più giovanissimo, ma che in questo momento è, assieme ad Alberto Angela, il miglior divulgatore culturale della televisione italiana.

Rinunciare a Bernardini in un progetto piccolo ma importante come Il Tempo e la Storia è stata una scelta miope, frettolosa, forse dettata da buone intenzioni ma assai superficiale e controproducente. Michela Ponzani non riesce a imprimere il proprio stile al programma, facendo sentire ancora di più la mancanza di Bernardini e del suo efficace approccio da spettatore qualunque. Un gioiello televisivo è stato trasformato in scialbo bigino per studentelli pigri e svogliati. Non c’è più quel gusto curioso di approfondire, di saperne di più su pagine note e meno note della storia. Quel piglio curioso è svanito, sostituito da un compitino fatto senza infamia e senza lode che ha svuotato il format di ogni senso. In un’epoca in cui, peraltro, di canali culturali e documentaristici è piena la tv, con Il Tempo e la Storia, la Rai era riuscita finalmente a ritagliarsi uno spazio, a dimostrare di poter essere contemporanea e competitiva anche nei confronti di un pubblico non necessariamente anziano. Il rinnovamento voluto da Daria Bignardi alla guida del programma ha paradossalmente invecchiato il programma stesso e il suo target di riferimento. Perché la modernità non è la data di nascita o il genere, e una grande professionista della tv come la Bignardi dovrebbe saperlo.