Bettino Craxi (di nuovo) sul banco degli imputati. “Colpevole”. È questo il verdetto della giuria popolare. Condannato a partecipare a uno spettacolo di Barbara D’Urso (pena del contrappasso dopo avere siglato nel 1985 il “decreto Berlusconi” in aiuto della Fininvest) e a organizzare un dibattito sul rispetto delle donne con il candidato alla presidenza Donald Trump. La politica del primo socialista ad essere stato presidente del Consiglio è stata messa alla sbarra al Teatro Carcano di Milano, dove il 24 ottobre è andato in scena un processo disciplinato dalle stesse regole del procedimento penale. Unica eccezione la durata, visto che il format prevede di arrivare a giudizio in un’ora e mezza. Questa la formula di “Personaggi e protagonisti: incontri con la Storia, ideato da Elisa Greco, in collaborazione con l’Ordine degli avvocati di Milano e l’Associazione nazionale dei magistrati.

Tre i capi d’imputazione per Bettino Craxi: il “decreto Berlusconi” che ha permesso alle tv private del gruppo Fininvest di continuare a trasmettere in tutta la penisola, “avere posto le basi per un decadimento economico dell’Italia (facendo passare il debito pubblico da 234 a 522 miliardi) e la fuga del palestinese Abu Abbas, responsabile del dirottamente della nave da crociera Achille Lauro. La giuria popolare non ha dimenticato e neppure perdonato: Craxi è colpevole su tutta la linea. Sul palco, a interpretare Craxi, lo storico Andrea Romano, sostenuto dal braccio destro del leader socialista Claudio Martelli (nel ruolo di avvocato difensore) e dal secondogenito di Bettino, Bobo. A sostenere l’accusa, invece, nei panni del pubblico ministero Ciro Cascone, procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Milano. Alla passione del figlio del socialista, il pm ha scelto di opporre i fatti narrati dalla giornalista Rai Maxia Zandonai e dallo scrittore Piero Colaprico, l’inventore del termine “tangentopoli”.

Il decreto Berlusconi: “Il monopoli Rai era retaggio fascista” – “Turbata libertà dell’industria o del commercio”. Il presidente di sezione tribunale di Milano Fabio Roia (sul palco del Carcano a interpretare il Presidente della Corte Giudicante) legge il primo affondo dell’accusa contro il decreto legge del 1985 che “autorizzava le trasmissioni sulle televisioni commerciali del gruppo Fininvest a discapito del monopolio RAI” turbando “l’esercizio televisivo delle piccole emittenti e della stessa Rai”. Craxi era uomo di famiglia in casa del numero uno della Fininvest, padrino di battesimo della figlia Barbara e testimone di nozze nel secondo matrimonio dell’ex premier con Veronica Lario. Ma a nulla valgono le strategie della difesa per evidenziare un legame d’amicizia tra i due, un rapporto che stenta ad essere digerito dall’accusa quando viene declinato in un mero strumento per permettere lo sviluppo delle televisioni commerciali a discapito della televisione di stato. “Il monopolio delle trasmissioni radiotelevisive è un bene da tutelare? Questo non è scritto nella nostra Costituzione – contraddice la difesa – Era solo un’eredità fascista, tipica di tutti gli stati totalitari. Avremmo dovuto fare come nell’Afghanistan dei talebani e proibire anche internet?”.

“Responsabile del decadimento economico dell’Italia” – “Debito pubblico passato da 234 a 522 miliardi di euro, rapporto fra debito pubblico e pil dal 70 al 90%, aumento della pressione fiscale dal 31 al 42%”. La voce dell’accusa è ferma nel sostenere che la politica economica di Bettino Craxi, presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, ha accesso la miccia che ha portato al “progressivo decadimento economico dello Stato”, le cui conseguenze “sono visibili ancora oggi”. Capo d’accusa: “Attentato contro l’integrità economica dello Stato”. Il dito è puntato contro una Milano da bere e da spolpare, che celebrava un benessere collettivo superficiale, nascondendo gravi scivoloni finanziari nelle retrovie. Un debito pubblico che però, per la difesa, era preesistente il governo del socialista. “La lira in quegli anni conquistò la tripla A: un risultato mai eguagliato – continua lo storico braccio destro di Bettino – La produzione interna lorda italiana superava quella del Regno Unito. Quindi le battute del Pm sono smentite dai fatti”.

La fuga del palestinese Abu Abbas – Carico da novanta, per il pubblico ministero, l’episodio più noto a livello internazionale della politica estera del socialista: la cosiddetta “crisi di Sigonella” (1985), ovvero la spaccatura politica tra Craxi e il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. L’episodio riguarda il sequestro della nave da crociera italiana Achille Lauro da parte di quattro terroristi palestinesi, che avevano ucciso un passeggero statunitense, disabile ed ebreo. Anche in questo caso, l’accusa non ha dubbi: “Colpevole di favoreggiamento”, in quando Bettino “ha aiutato il responsabile dell’intero piano terroristico, il palestinese Abu Abbas, ad eludere le investigazioni”, consentendogli di lasciare l’Italia su un volo diretto a Belgrado, “nonostante la richiesta del governo USA e dell’autorità giudiziaria italiana di trattenerlo per ulteriori accertamenti”. Una pagina che il difensore Martelli ricollega alla consuetudine dei governi italiani di trattare in caso di sequestri. “Come sempre è stato fatto, ad eccezione che per Aldo Moro”, chiude la difesa sostenuta dall’applauso unanime di un Teatro Carcano sold out.

“Visto che i processi in Italia sono già lunghi, venga al sodo”, è l’appello del presidente di sezione del tribunale di Milano Fabio Roia (nel ruolo di Presiedente della Corte Giudicante). Un appello che porta alla condanna: per la giuria popolare, Bettino Craxi è colpevole per la terza volta. Perché, quando è morto, il 19 gennaio del 2000, il socialista aveva già subito due condanne definitive per corruzione e finanziamento illecito. Altri quattro, i processi che erano ancora in corso quando è stato stroncato da un arresto cardiaco ad Hammamet, in Tunisia. Anche il Teatro Carcano ha fatto la sua condanna alla politica del socialista. Un verdetto che, forse essendo stato letto sotto le ribaltine di un teatro, sembra richiamare la celebre frase con cui il regista Dino Risi aveva commentato il socialista: “Craxi? Era un politico vero, quindi è un mascalzone vero”.