Sepolti sottoterra da chissà quanti anni, occultati in casa nei doppifondi di muri e pavimenti e magari pronti ad essere versati in qualche cassetta di sicurezza intestata a fedeli prestanome. Sono i tesori dei mafiosi e delle associazioni criminali: miliardi di euro che presto potrebbero tornare a circolare tra i flussi di denaro pulito. Come? Sfruttando le possibili falle nei sistemi di controllo della seconda voluntary disclosure, cioè l’emersione di soldi non dichiarati allo Stato, che il governo vorrebbe nuovamente includere nella manovra economica. Solo che quest’anno si punta a sanare il cosiddetto “nero casalingo”, il denaro sottratto al controllo della magistratura e del fisco, conservato – con più di un escamotage – tra le mura domestiche o in qualche cassetta di sicurezza.

Tra gli esperti, c’è chi mette in dubbio l’efficacia stessa del provvedimento, come il tributarista Tommaso Di Tanno, secondo il quale alla “voluntary 2” mancano gli incentivi che hanno fatto la fortuna dell’edizione precedente, e in particolare lo spauracchio della caduta del segreto bancario svizzero, dato che sul nero detenuto in Italia non è previsto che il pugno si indurisca. Il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan, infine, assicura che ne potranno beneficiare esclusivamente gli evasori fiscali, mentre per eventuali mafiosi e riciclatori che ci provassero si apriranno le porte “della galera”.

“Mafiosi e criminali stanno riempiendo cassette di sicurezza” – “È probabile che nelle ultime settimane mafiosi e criminali stiano depositando in banca denaro, oro e diamanti accumulati illecitamente, pronti a tornare nei flussi legali” avverte David Gentili, coordinatore regionale di Avviso Pubblico in Lombardia e capogruppo della commissione Antimafia al comune di Milano, che ha chiesto e ottenuto l’approvazione di una delibera da parte della giunta per collaborare con l’Unità informazione finanziaria della Banca d’Italia nella lotta al riciclaggio. Ed è proprio questo, secondo Gentili, il pericolo più grande che si corre con la voluntary disclosure 2. “È un’operazione a forte rischio riciclaggio – dice il consigliere del Pd – Non bisogna sottovalutare le intelligenze delle associazioni criminali, che probabilmente staranno riempendo cassette di sicurezze intestate a insospettabili prestanome, gente di spessore, già titolari di patrimoni consistenti in modo da non destare sospetti quando il contenuto di quelle cassette di sicurezza sarà svelato al Fisco per essere immesso nei canali puliti”. L’attuale procuratore capo di Milano, Francesco Greco, stimava che i contanti chiusi in cassette di sicurezza tra l’Italia e i Paesi esteri ammontassero a circa 150 miliardi di euro. “Denaro che è sempre di provenienza illecita”, sottolineava il magistrato. Sono quelli i capitali che rischiano di tornare puliti con la manovra del governo? Secondo voci provenienti da Palazzo Chigi l’esecutivo di Matteo Renzi punta ad una volutary disclosure pari a 30 miliardi di euro, in modo da recuperare due miliardi nel bilancio dello Stato.

“Il problema sono i controlli altrimenti si invia messaggio a criminali” – “Ma quante sono le probabilità che risparmiatori onesti conservino in casa o in cassette di sicurezza 30 miliardi di euro?”, si chiede sempre Gentili. “Al contrario è molto più probabile che una quantità di denaro così ingente arrivi da attività criminali. È per questo che bisogna capire che tipo di strategie di controllo saranno messe in atto”. Una delle ipotesi al vaglio del Ministero del Tesoro è il coinvolgimento degli intermediari, e cioè le banche, per certificare la provenienza del contenuto delle cassette di sicurezza. “Certo si può pensare che le banche segnalino le aperture anomale di cassette di sicurezza da luglio – e cioè quando si è cominciato a ipotizzare di una seconda tranche della voluntary – a oggi. Ma è complicato provare di chi sia quel contante o quell’oro, visto il largo uso di prestanome. Senza considerare che dopo la sanatoria quei capitali torneranno al legittimo proprietario mafioso: bisognerà capire come avverrà quel recupero”, dice il capogruppo della commissione antimafia meneghina. “Il problema – ripete – sono i controlli che devono essere capillari e spaventare i criminali. In alternativa si dà il tipico messaggio al quale siamo abituati gli italiani: non importa da dove arrivino i soldi, tanto alla fine in un modo o nell’altro la sfanghiamo”.

Il Gafi conferma: “Operazione a rischio riciclaggio” – Un allarme, quello di Gentili, che è condiviso anche dal Gafi, il Gruppo di azione finanziaria internazionale. Nelle linee guida per soggetti designati in tema di voluntary disclosure, stilato dall’Agenzia d’informazione finanziaria nel luglio del 2015, si legge infatti che il Gafi “riconosce un rischio potenziale associato a tali programmi, in relazione a fenomeni quali il riciclaggio e/o il finanziamento del terrorismo”. Come fare dunque per evitare che il Voluntary Disclosure si trasformi in una mega operazione di riciclaggio? È sempre il Gafi a spiegarlo: “Nell’ambito degli obblighi di adeguata verifica, qualora il cliente aderisca al programma di Vd, i soggetti designati dovrebbero acquisire la documentazione fiscale – ovverosia la copia con la ricevuta di inoltro della istanza telematica inviata all’Agenzia delle Entrate della Repubblica Italiana – e svolgere una specifica attività di approfondimento. Questo non significa, sic et simpliciter, che i soggetti designati debbano obbligatoriamente ricompilare la scheda di adeguata verifica della clientela; è invece necessario che acquisiscano le informazioni in forma strutturata e sostanziale quale patrimonio informativo sui clienti”. Tradotto: non ci si può solamente fidare dell’autocertificazione dei proprietari sull’origine dei patrimoni reintrodotti nel sistema fiscale, ma bisognerà svolgere ulteriori indagini.

“Manca un sufficiente grado di intimidazione” – Secondo il tributarista Tommaso Di Tanno la voluntary disclosure 2, mettendo da parte le polemiche sull’opportunità di un nuovo “condono”, non ha molte possibilità di successo. A meno che il governo, nella legge di Bilancio in fase di limatura, non provveda anche ad aumentare i poteri dell’Agenzia delle Entrate autorizzando i funzionari a “chiedere alle banche chi è il titolare della cassetta e che cosa c’è dentro, informazione che attualmente l’istituto non ha”. In caso contrario, semplicemente, chi ha nascosto denaro contante non avrà incentivi a regolarizzarlo. “Lo dimostrano i risultati della prima voluntary disclosure (a cui è stato possibile aderire fino allo scorso novembre, ndr): la stragrande maggioranza dei 60 miliardi regolarizzati era in Svizzera. L’incentivo in quel caso era chiaro: Berna ha rinunciato al segreto bancario e gli italiani che avevano conti lì se li sono visti congelare fino alla presentazione di documenti che ne attestassero la denuncia alle nostre autorità fiscali. Rischiavano addirittura il sequestro. E’ stata quella la chiave di volta del successo dell’operazione”. La “fase 2”, mirata soprattutto a far emergere i denari nascosti dentro i confini nazionali, si apre in un contesto ben diverso: “L’Agenzia ha un problema organizzativo, è in grave sofferenza perché su 800 dirigenti 700 sono stati retrocessi (dopo che la Consulta ne ha dichiarato illegittima la nomina senza concorso, ndr) e molti se ne sono andati a lavorare nel privato. Gli altri sono abbondantemente demotivati“. Insomma, la struttura guidata da Rossella Orlandi non è certo nella forma ideale per far sentire “la sua presenza e capacità di procedere a accertamenti, sequestri e confische“. Senza quella spada di Damocle, è l’idea che si è fatto il fiscalista, difficile che i titolari dei circa 2 milioni di cassette di sicurezza messe a disposizione dalle banche italiane decidano di sottoporsi a un prelievo forfettario per mettersi in regola.

Di Tanno non è l’unico esperto che mette in discussione non l’etica, ma l’efficacia del provvedimento. Secondo un tweet di Dario Stevanato, docente di Diritto tributario all’Università di Trieste, chi lo sottoscriverà sarà un “masochista”.

 

Governo: “Chi dichiara il falso sarà punito”. Ma come si fa con i prestanome? – Eppure il governo sembra tranquillo. La voluntary sul contante non copre i reati penali perché “prima bisogna dimostrare che quei soldi hanno a che fare con reati fiscali di evasione”, ha sostenuto a DiMartedì su La7 il ministro dell’Economia Padoan, spiegando che i controlli spetteranno in prima istanza “all’Agenzia delle Entrate”. E saranno “più efficaci che in passato, se quei soldi sono frutto di una attività illecita dal punto di vista penale questo signore non potrà aderire alla voluntary ma andrà in galera”. Con la voluntary disclosure, ha spiegato il ministro, “si invitano i cittadini che hanno risparmi occulti all’estero o in Italia a rivelare questa ricchezza e a mettersi in regola pagando tutte le tasse e gli interessi dovuti, ma senza pagare sanzioni e interessi di mora”. E se – ha chiesto il conduttore Giovanni Floris – “arriva un signore di Gomorra con un borsone di soldi?”. Replica di Padoan: “Prima bisogna dimostrare che quei soldi hanno a che fare solo con reati fiscali. Se quei soldi sono frutto di un’attività illecita dal punto di vista penale questo signore di Gomorra non potrà aderire alla voluntary, ma andrà in galera”. A valutare la provenienza del denaro sarà “in prima istanza l’Agenzia delle Entrate, che si deve rivolgere all’autorità giudiziaria. Le somme vengono consegnate all’Agenzia delle entrate che stabilisce quale sia la tassa da pagare, se frutto solo di evasione. Commercialisti e avvocati hanno sicuramente un compito importante, devono testimoniare che le dichiarazioni siano corrette”.

Nel corso della giornata, il sottosegretario Tommaso Nannicini aveva precisato che “i soggetti che faranno emergere contante dovranno dichiarare che il denaro non proviene da reati non tributari, questo per bloccare corrotti e bancarottieri. Se uno dichiarerà il falso sarà punito, e questo reato permetterà di dimostrare anche la fraudolenza dell’accesso alla voluntary, il che configura un altro e più grave reato”. Il nodo dunque è capire quando i titolari dei patrimoni sommersi dichiareranno il falso sulla loro provenienza. Ma soprattuto se si tratta dei veri proprietari di quei tesori pronti a tornare puliti o soltanto di prestanome ingaggiati per l’occasione.

Aggiornato dalla redazione web