Il Regno Unito potrebbe perdere circa 66 milioni di sterline, pari a 72,864 miliardi di euro, di gettito fiscale annuo se optasse per una “Brexit dura”. E’ la stima del governo britannico resa nota dal quotidiano The Times. Secondo i documenti di Downing Street, il prodotto interno lordo del Paese potrebbe calare del 9,5% se il Paese, a valle dei negoziati con Bruxelles, abbandonasse il mercato unico e scegliesse di dipendere dalle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio per gli scambi con il continente. Il calo significativo delle entrate fiscali potrebbe costringere Londra a tagliare la spesa pubblica o aumentare le tasse. L’eventuale diminuzione delle entrate è prevista anche in un documento del governo e sarebbe parte importante del gettito di 716 miliardi di sterline (circa 790 miliardi euro) previsto per quest’anno.

Il primo ministro britannico, Theresa May, ha detto che attiverà entro marzo 2017 l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che prevede un periodo di due anni di trattative dopo il ritiro di un Paese dall’Unione. Ma iniziano già a farsi sentire le conseguenze pratiche del risultato referendario. La banca statale russa Vtb ha fatto sapere di essere pronta a lasciare Londra e trasferire la divisione investimenti a Francoforte, Parigi o Vienna a causa della Brexit. “Avevamo grandi piani per la nostra sede di Londra, ma con la Brexit stiamo ridimensionando le nostre operazioni” nella capitale britannica “e trasferendole altrove”, ha detto al Financial Times Herbert Moos, vicepresidente e direttore finanziario dell’istituto di credito russo, primo tra le grandi banche internazionali a annunciare pubblicamente l’addio a Londra. Entro fine anno il board di Vtb deciderà dove andare, ha concluso Moos. Secondo uno studio della società di consulenza Oliver Wyman, fino a 71mila posti di lavoro e circa 10 miliardi di sterline in entrate fiscali potrebbero essere persi dal settore finanziario d’Oltremanica se alla Gran Bretagna verranno imposte restrizioni pesanti sugli scambi con l’Ue.

Sul fronte valutario continua l’indebolimento della sterlina, ormai avviata verso la parità con l’euro: oggi è scambiata a 1,104 euro e a 1,22 dollari. Venerdì scorso la valuta britannica è crollata del 6% in pochi minuti probabilmente per un errore umano o l’effetto amplificato di un algoritmo automatico, ma gli ordini di vendita sono partiti proprio a causa del timore di una “hard Brexit”, ventilata dal presidente francese François Hollande in un’intervista al Financial Times. La borsa di Londra sta però beneficiando della debolezza dalla valuta: con un pound più debole, spiegano gli analisti, i ricavi che arrivano dall’estero sono maggiori quando vengono convertiti nella valuta britannica e molte società quotate sul listino della City realizzano gran parte dei loro profitti fuori dai confini nazionali.