Un’apertura su tutti i fronti, ma quando ormai è troppo tardi perché sia davvero credibile, almeno per la minoranza. La direzione Pd che avrebbe dovuto salvare il partito al bivio tra la scissione e la riconciliazione non cambia lo scenario. Restano tensioni e diffidenze, restano gli aut aut. Matteo Renzi ha offerto ai critici tutte le modifiche dell’Italicum che vogliono, ma a condizione che si discutano dopo il referendum sulla Costituzione. Sul piatto i punti da sempre contestati dai dissidenti: ballottaggio, preferenze e collegi con tanto di delegazione che possa valutare già nei prossimi giorni la situazione. A replicare duro per primo è stato l’ex presidente Gianni Cuperlo: “O si cambia subito o voto No e mi dimetto da deputato”. Stessa posizione per l’ex capogruppo Roberto Speranza: “La proposta non è sufficiente, votiamo No”.

Video di Manolo Lanaro

Morale la minoranza non è soddisfatta e non si fida. I toni concilianti sono arrivati in piena campagna referendaria. Se il presidente del Consiglio da una parte ha ricordato che M5s e Fi non sono disposti a discutere del sistema di voto finché non sanno chi vincerà il 4 dicembre e che il Pd non ha i voti sufficienti per fare il blitz da solo, dall’altra gli esponenti della minoranza si sentono presi in giro per il ritardo con cui si è considerata la svolta. Insomma l’accordo ancora una volta non c’è. Al termine dei lavori la relazione del presidente del Consiglio è stata approvata senza voti contrari o astenuti, ma la minoranza non ha partecipato al voto.

Il segretario dem si è presentato in direzione dopo giorni di scontri a mezzo stampa. Ha definito “un alibi” l’Italicum in un dibattito che per lui resta “surreale” di fronte a quelli che definisce i veri problemi dell’Italia: “Quello che deve essere chiaro è che la nostra responsabilità di tenere unito il Pd non può arrivare al punto di tenere fermo il Paese”. La proposta di Renzi prevede quattro punti: la creazione di una delegazione con la minoranza per affrontare le modifiche “a patto che parli con tutti, compresi i 5 stelle”; un dibattito su collegi, premio e ballottaggi; la proposta Chiti-Fornero come testo base per l’elezione dei futuri senatori; i tempi certi della modifica dell’Italicum entro 15 giorni dal referendum.

Le due ore e mezzo di direzione non hanno risolto il nodo. In difesa della linea del segretario sono intervenuti Roberto Giachetti e Piero Fassino. Ma anche il capogruppo alla Camera Ettore Rosato che ha detto: “Un’apertura più ampia di così non poteva esserci”. “Diteci quando finirà questa continua storia dei cambi e avremo una linea ufficiale del partito”, ha sbottato l’ex candidato dem a Roma Giachetti. Se Cuperlo ha riconosciuto “un passo avanti nel sentiero” e chiesto di verificare “la volontà politica”, chi è stato più duro è Speranza. “Se Renzi parla di alibi è fuori strada”. “Chiamiamola preoccupazione”, ha detto nell’intervento di replica il segretario. Ma non è bastato a chiudere la partita con una stretta di mano.

Renzi incassa comunque un risultato. Far vedere a livello mediatico che mentre lui si dice aperto alle mediazioni, quelli per il “No” scelgono di restare arroccati sulle loro posizioni e continuano con la retorica “delle occasioni perse”. Saranno i prossimi giorni a dire se funziona la strategie e chi è la vera vittima di questo gioco al massacro tutto interno al Pd. Intanto Renzi continua con il suo tour per promuovere il Sì. In mattinata, a margine dell’assemblea generale di Assolombarda Confindustria a Milano aveva detto: “Non si può dire sempre ‘No’. L’Italia smetta di essere la patria delle divisioni”. Poche ore dopo, rispondeva Beppe Grillo sul blog rilanciando la campagna del M5s contro il referendum: “Agli indecisi dico di votare con la pancia. Io non mi fido e voto No”. Renzi chiederà ai suoi proprio questo nei prossimi giorni: liquidata la faccenda dell’Italicum (almeno nella sua testa), concentrarsi solo sui nemici esterni. Nella speranza che il partito lo segua.

Il discorso di Renzi: dalle polemiche “ridicole” per le stime sulla crescita alle modifiche all’Italicum – Il presidente del Consiglio davanti alla platea della direzione Pd ha iniziato ricordando che si tratta della 31esima riunione del partito: “Noi parliamo qui. Abbiamo scelto la democrazia interna e non i caminetti dei big o presunti tale. Lo avevamo promesso nelle primarie e l’impegno congressuale vale più dei mal di pancia dei leader”. Le prime parole sono state quindi per la situazione economica in Italia: “I numeri sono ancora troppo bassi per le nostre ambizioni. Ci sono dei segnali positivi, ma anche elementi da prendere in considerazione. In questo quadro sembra ridicolo chi fa la polemica tra le stime del governo (1%) e quelle dell’Fmi (0,9%). Si possono fare valutazioni ma che si aprano discussioni sui quotidiani per due giorni fa scattare un sorriso anche perché le stesse voci preoccupate non si levarono quando nel 2012-2013 la crescita era del meno due per cento. Non è ancora sufficiente ma la direzione è tornata giusta”. Secondo Renzi è un dato di fatto che oggi in Italia “ci sono diritti in più e tasse in meno“. E ha poi citato l’intervento sulla scuola dopo la tanto contestata riforma: “Abbiamo fatto un investimento di 3 milioni di euro”.

Secondo il segretario Pd l’Italia è un Paese che rispetto a due anni fa, quando lui è diventato presidente del Consiglio, si è “mosso dalla palude“. “Le polemiche si sentono solo se voli a bassa quota e l’Italia del 2017 non può volare a bassa quota”, ha detto. “Il prossimo sarà un anno cruciale per l’investimento in politica internazionale. Surreale che la discussione politica che stiamo facendo si concentri sul premio di coalizione alla lista o sul modello elettorale che abbiamo voluto in modo coerente con la storia degli ultimi anni”. Secondo Renzi “lo scontro dialogico” è una dimensione importante e costante del partito: “Da quando sono stato segretario non c’è mai stato un momento senza polemica interna, siamo in una situazione di scontro permanente”.

A quel punto ha parlato della necessità di aprire sul tema Italicum e di trovare un compromesso, ma dopo il referendum sulla Costituzione: “Ognuno quando fa un compromesso deve cedere su qualcosa. Altrimenti si cade nel contrario che è il fanatismo. Io ad esempio ho deciso di rinunciare al Senato di sindaci. Se ci sono persone che hanno votato dalle tre alle sei volte a favore di questa riforma e poi scrivono No nell’urna sono libere di farlo, ma faranno i conti con la loro coerenza”. Renzi ha continuato a difendere il sistema di voto voluto dal governo come il migliore, ma ha detto di essere pronto alle modifiche: “Noi pensiamo che la legge elettorale funzioni”. Per dire di No a questa riforma gli altri usano “le banche, l’immigrazione, le bollette” perché “quando entrano nella discussione del merito la ritengono una buona legge. Resta un solo alibi e io lo voglio togliere”. E ha quindi fatto la sua proposta: “Provo a offrire una soluzione, nel rispetto di tutti. Io ho il compito politico di affrontare il tema del cosiddetto combinato disposto tra riforma costituzionale e legge elettorale. Essendo così importante la riforma mio compito è cercare ulteriormente le ragioni di un punto di accordo”.

Il segretario ha poi detto quali sono i punti su cui è possibile discutere: “Ballottaggio sì o no, premio alla lista o coalizione, modo in cui si scelgono i deputati ovvero, collegi, liste bloccate o preferenze. Propongo che vi siano tempi certi: non possiamo farlo in campagna referendaria ma l’impegno è iscriverlo in discussione nelle commissioni competenti nelle due settimane immediatamente successive”. E poi la formazione di un gruppo rappresentativo che possa procedere con le trattative: “Propongo una delegazione formata dal vicesegretario del Pd come coordinatore, i capigruppo, il presidente, più un esponente della minoranza. Siamo totalmente disponibili a lavorare, chiedo solo di sentire tutti gli altri partiti, anche i 5 stelle, siamo per utilizzare queste settimane e mesi per togliere tutti gli alibi”. Infine Renzi ha anche proposto di prendere in considerazione il testo Chiti-Fornaro per l’elezione dei nuovi senatori come testo base da cui far partire la discussione a Palazzo Madama: “Io sono disponibile a partire da lì”, ha detto.

Cuperlo: “Toni della campagna referendaria difficili da comprendere” –  La minoranza dem per tutta la giornata ha atteso la mossa del segretario Pd per decidere come esporsi: nessuna riunione preliminare e temporeggiamenti. Tra i primi a intervenire in direzione c’è stato l’ex presidente del Partito democratico Gianni Cuperlo: “L’idea di bloccare per altri 2 mesi il Paese su un referendum che non avrà impatto diretto su alcuno dei problemi che ci aggrediscono, resta una scelta incomprensibile”. E poi l’attacco sui toni: “Difficile comprendere i toni di una campagna che alimenta una frattura che non è nell’interesse di nessuno. Trovo sbagliato che si vogliano stressare gli animi di una società già provata”. Quindi di nuovo il riferimento all’arroganza più volte imputata al presidente del Consiglio in passato: “C’è un’arroganza che si fa come marchio di stagione. Io non ne faccio una questione di carattere, ma ne faccio una questione di ruoli. Lo dico a Orfini: all’ex sindaco Marino, assolto, il presidente del Pd doveva esprimere vicinanza e solidarietà sul piano umano. Invece twitti che lo hai cacciato perché incapace. Non va bene: allora quanti incapaci avremmo dovuto cacciare?”

Il deputato ha chiesto poi “di andare a vedere la sostanza di quello che Renzi ha proposto”: “Oggi il Pd deve avere una sua proposta. E non deve essere solo una proposta di metodo. Non è un alibi quello che tu hai descritto da questa tribuna, ma una convinzione di un incrocio che non può funzionare. Tra questo sistema elettorale e la riforma del Senato”. Poi una domanda: “E’ stato fatto un passo nel sentiero, ma chiedo se c’è la volontà politica di fare quelle modifiche. Una proposta non può essere rinviata al dopo, io dico di andare a vedere la sostanza di queste parole nei prossimi giorni, poi ognuno assumerà le proprie decisioni”. Infine l’annuncio che se non ci saranno le modifiche annunciate, Cuperlo il giorno dopo il referendum si dimetterà da deputato: “Se un accordo vero sulla legge elettorale non ci dovesse essere, il 4 dicembre non posso votare la riforma che ho votato 3 volte in Parlamento ma Matteo ti dico ‘stai sereno‘ perché che se sarà così, un minuto dopo, comunicherò le dimissioni alla presidente della Camera”.

Speranza: “Un alibi? Allora non ci siamo” – Per la minoranza Pd ha parlato anche il leader ed ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza: “Se mi viene detto che la legge elettorale è un alibi. Allora non ci siamo. Se il punto è ‘dobbiamo accontentare la minoranza che se no non vota’, allora siamo fuori strada. Noi stiamo ponendo una questione di merito, ma non si può dire che è un alibi”. L’ex capogruppo si dimise proprio dopo la decisione del governo di mettere la fiducia sull’Italicum: “Fu la spaccatura più grande nella storia di questo partito”. Per questo il deputato in merito alla proposta di Renzi ha detto: “Io ritengo che non sia sufficiente”. E ha concluso: “Verrà un giorno dopo il referendum e vorrei che il giorno dopo il partito restasse unito. Le cose che ho detto non le ho dette a cuor leggero”.

Giachetti: “Diteci quando finirà questa storia di cambi”. Rosato: “Da Renzi non poteva esserci più apertura” – L’ex candidato sindaco dem a Roma ha replicato direttamente all’accusa di Cuperlo che se l’è presa con la scarsa sensibilità di Orfini su Marino: “Mi sarebbe piaciuta la stessa umanità e solidarietà da parte tua quando io facevo campagna elettorale a mani nude cercando di fermare il vento e la cosa più gentile che mi diceva Marino era che ero lo schiavo di Rutelli. Invece neanche una parola o una telefonata”. Roberto Giachetti si è poi rivolto alla minoranza: “Diteci quando finirà questa storia di cambi e potremo avere una posizione del Pd. Spiegatemi dove diavolo è il punto di chiusura”. Il capogruppo alla Camera Ettore Rosato ha infine sottolineato l’apertura del presidente del Consiglio: “C’erano tre pilastri dell’Italicum e Matteo dice che non sono più tre paletti. Un’apertura più grande non poteva esserci e oggi ci sono le condizioni per tornare indietro se c’è una volontà politica ed invece mi spiace sentire parole di chiusura”.

La replica di Renzi – “E’ difficile fare una conclusione”, ha detto il presidente del Consiglio al termine delle due ore e mezzo di discussione. “Da un lato c’è la consapevolezza che siamo gli unici ad avere questi momenti di confronto. Non siamo noi strani, sono gli altri”. Quindi il dibattito sulla legge elettorale: ” Sarebbe interessante entrare nel merito, ma fuori di qui c’è l’Italia. Di fronte alle sfide di questo Paese ci sono due domande: la prima è quella di Cuperlo, ‘ma come ci hai costretto in questo dibattito sulle riforme costituzionali’. Queste riforme sono un puntiglio? Io le ritengo fondamentali”. Il secondo elemento riguarda le modifiche: “Ho detto che c’è una commissione per valutarle e per me c’è. Faccia mio il lodo Fassino: allarghiamo la delegazione e diamo tempi certi. C’è il massimo impegno da parte nostra, ma senza trasformare la faccenda un tormentone, come dice Franceschini. E poi è evidente che bisognerà trovare un punto di caduta, comunque vada il referendum. Lavoriamo e nelle settimane successive al referendum andiamo a vedere lo stato dell’arte. La riforma da oggi non tocca più la legge elettorale, perché abbiamo deciso di discuterla”.

Renzi ha quindi motivato i tempi lunghi e la condizione di discutere tutto dopo il referendum con la necessità di dialogare con gli altri partiti perché senza non ci sono i voti sufficienti in Parlamento: “Noi abbiamo fatto miracoli in questa legislatura perché le elezioni si vincono prendendo i voti ed è lì il peccato originale, il fatto di aver preso il 25 per cento. L’alleanza con altri è effetto dello stato di necessità che deriva dalla mancanza dei numeri in Parlamento”. Per Renzi la questione dell’Italicum deve considerarsi chiusa: l’alibi, come lo definisce lui, non può più essere usato perché da domani c’è una commissione che valuta le modifiche con gli altri partiti. Quindi tutte le energie devono essere concentrate sul referendum: “Se si supera il bicameralismo paritario, avremo indubbiamente un Senato che non fa le stesse cose della Camera. Ce ne rendiamo conto che questo è un passaggio storico molto più importante di come tornerete in Parlamento la prossima volta? Perché se da 70 anni non siamo riusciti a farlo questo tema mette le vertigini”.