Un ciclone sta spazzando via il segreto bancario nelle principali piazze finanziarie, tanto che pure lo Stato del Vaticano s’è dovuto piegare. Si tratta del Foreign Account Tax Compliance Act (Fatca), la normativa approvata nel 2010 dal Congresso Usa per mettere spalle al muro i contribuenti infedeli che detengono all’estero ricchezze non dichiarate grazie alla protezione degli istituti finanziari locali. Grazie al Fatca, in cinque anni gli Stati Uniti hanno messo a segno la più grande operazione di recupero di evasione internazionale della storia. Anche l’Italia ha ratificato l’accordo e dal 2015 gli organismi bancari, assicurativi e fiscali che operano nei suoi confini hanno l’obbligo di segnalare all’Autorità fiscale Usa (Irs) gli estremi dei nativi americani con relativi numeri di conto, depositi, assicurazioni, possedimenti vari. Pena sanzioni pesantissime: dal divieto a trattare titoli e redditi di fonte Usa a una ritenuta del 30% su rendimenti, dividendi e quant’altro in favore del Fisco a stelle e strisce. Il meccanismo congegnato per stanare i grandi evasori si sta rivelando però un incubo, soprattutto per i piccoli e onesti contribuenti che negli Usa sono solo nati, ma sui quali il Fatca fa ricadere ugualmente onerosi adempimenti. Non senza eccessi e paradossi.

Caso simbolo quello di Junia K., cittadina italo-americana perché 59 anni fa è nata negli States. Da quando aveva 7 anni risiede però stabilmente in Italia, a Roma, e non ha mai più messo piede negli Usa. Lavora come infermiera in un ospedale di Roma dall’età di 23 anni e percepisce un modesto stipendio, è divorziata con due figli e con le sue sole forze è riuscita a comprarsi “un modesto bilocale alla Magliana”. Con l’avvento della Fatca ha scoperto di essere cittadina americana anche legalmente e siccome gli Usa, insieme all’Eritrea, applicano la tassazione sulla cittadinanza (e non sulla residenza) anche lei deve fare i conti con la guerra agli evasori.

Il suo “incubo” inizia nel 2015, racconta, quando un direttore dell’ufficio postale la contatta per firmare dei moduli. “Dovevo dichiarare se ero cittadina americana fiscalmente residente negli Usa, segnalando in caso il mio Tax Identification Number (Tin), in alternativa “non cittadina Usa” presentando il certificato di rinuncia alla cittadinanza americana. In caso di mancata risposta, venivo automaticamente dichiarata recalcitrant”. Neppure il tempo di capire cosa fosse. “Solo dopo ho realizzato: era il modulo Fatca. E da allora si è aperto l’inferno sotto ai miei piedi”.

Junia è amareggiata per il modo: “Mi sono ritrovata tra i soggetti per i quali il mio governo ha ammesso la delazione in favore degli Usa. In pratica mi ha venduta a Obama”. A sua insaputa, dice. In effetti della normativa Fatca si sa poco e non ci sono sportelli informativi o servizi di orientamento istituzionale. Non perché non ce ne sia bisogno, anzi, ma per il semplice fatto che il meccanismo ha spostato lo scontro dal livello degli Stati a quello degli istituti. Neppure l’Ambasciata americana, quindi, fornisce un servizio di supporto. “Sono andata in via Veneto insieme ad altri cittadini Usa che si trovano nella mia stessa situazione. Siamo stati lasciati sul marciapiede e l’impiegato passatoci per telefono dalla guardia giurata al cancello ci ha detto: “Pagate le tasse, l’ufficio Irs per l’Europa si trova a Parigi”. Punto. Il risponditore automatico via telefono conferma: “L’Ambasciata non risponde a quesiti relativi a Fatca. Si prega di chiamare direttamente l’ufficio imposte Usa”.

La domanda è una: come uscirne? Perché Junia K. lavora e paga le tasse in Italia, non negli Usa per effetto degli accordi internazionali sulla doppia imposizione. Il suo codice fiscale che termina con i numeri identificativi di nascita Usa (404) è di per sé indice di “americanità” e questo obbliga lei alla doppia dichiarazione dei redditi e gli istituti finanziari italiani a trasmettere all’Irs qualunque dato sulla sua situazione patrimoniale e reddituale. Non ci paga le tasse, ma non può neppure sottrarsi all’obbligo. Basta non indicare l’esistenza di un conto corrente o di un deposito per rischiare una multa di 10mila dollari per ogni anno di omissione. Se poi dovesse mai tornare negli Usa potrebbe essere arrestata.

Junia s’adegua, incaricando una commercialista americana di fare la dichiarazione per gli Usa al costo (minimo) di 300 dollari l’anno. Cerca anche di capire come regolarizzare la propria posizione per gli anni passati. E’ possibile e anzi necessario, ma non semplice e assai dispendioso. Fatca prevede una sorta di “sanatoria” ma a condizione di essere in regola per i tre anni precedenti per quanto riguarda la dichiarazione dei redditi e sei per quella bancaria, oltre all’anno di presentazione della domanda. Idem in caso di rinuncia alla cittadinanza Usa, dove gli anni salgono rispettivamente a 5 e 8 e il costo è di 2.400 dollari, solo per la pratica amministrativa.

Intanto caos e panico da Fatca fanno ricchi i fiscalisti. “C’è chi chiede anche 7mila euro”, dice indignato un ex dipendente del servizio imposte americane che fa da consulente anche in Italia. Non vuol essere citato, ma non per questioni di riservatezza: “Sono già oberato di richieste di regolarizzazione che sono solo un gran grattacapo, di più: sono uno scandalo perché costringono dei poveretti a passare le notti a capire come funziona il sistema e poi pagare un sacco di soldi. Anche chi ha un euro sul conto corrente. Ci sono studi professionali che ne approfittano in maniera scandalosa”.

Non risparmia critiche al suo governo: “E’ orrendo che gli Stati Uniti continuino a imporre tutti questi obblighi senza un ufficio dove la gente possa trovare assistenza. Fino a qualche anno fa c’era un ufficio Irs al consolato di Roma, ma è chiuso per ragioni di risparmio, mentre le richieste per i cittadini sono aumentate a dismisura”. Il futuro per Junia s’addensa d’incognite: “Ho due figli e presto o tardi succederà che andrò in pensione. Il mio Tfr farà alzare il reddito accendendo la spia del fisco Usa: da dove arrivano quei soldi? Come li ha ottenuti? E vai a spiegare. Idem per la casa: prima o poi dovrò lasciarla ai figli e quando sarà verrà considerata ancora come bene di un cittadino americano all’estero, anche se io sarò morta. E oltre un certo valore sarà soggetta a doppia tassazione”.