«Io credo che il problema non sia solo la Puglia, ma che tutto il Sud sia messo malissimo. E’ un problema nazionale, non regionale. Parliamo di infrastrutture». Così si è espresso pochi giorni fa Flavio Briatore, ospite di ‘Radio2 come voi’, in merito alle condizioni in cui versa il turismo italiano. Lasciando intendere che l’Italia, ed in particolare il Sud, sarebbe all’anno zero. Una fotografia impietosa, quella di Briatore e che, pur nella sua carica approssimativa, ricalca perfettamente il pensiero comune su come malamente sfruttiamo quello che potrebbe essere il nostro petrolio.

C’è una miriade di ragioni per cui l’Italia, dotata com’è di un patrimonio storico, artistico, naturalistico, eno-gastronomico invidiato nel mondo, è sempre più costretta ad inseguire Francia e Spagna. Ma ci sono in particolare poche e gravi colpe, equamente distribuite tra più attori: troppe imprese del comparto hanno smesso da tempo di investire; le Regioni, eccezion fatta per alcune di esse, hanno sprecato negli ultimi anni centinaia di milioni di euro in attività promozionali inutili; lo Stato centrale è incapace di conferire una immagine unitaria dignitosa ed efficace al brand Italia sul mercato mondiale del turismo. Incapacità determinata innanzitutto dal fatto che, come sappiamo, c’è un impianto normativo disastroso che non legittima una centralizzazione delle politiche promozionali a sfavore della farraginosità localistica. Ma va poi anche detto che il quadro è stato aggravato da una scellerata gestione delle azioni politiche e degli strumenti operativi con cui si sarebbe dovuta garantire una regia della promozione dell’Italia nel mondo. Ecco alcuni esempi calzanti.

Il turismo viaggia a mille all’ora e il nostro Ministero dei Beni Culturali e del Turismo impiega nove mesi (oltre ad una superconsulenza da 1,5 milioni ad Invitalia) per elaborare il piano strategico sul turismo. Un piano, ci hanno tenuto ad informare dal ministero, costruito, “bottom-up” e fatto addirittura sulle piattaforme di Barack Obama. Che non poteva certo immaginare come le sue creature potessero essere così “misused”! Un piano diverso dai precedenti – rimasti lettera morta e abbandonati in qualche cassetto ministeriale – quello voluto da Dario Franceschini e nato sotto la supervisione di Dorina Bianchi, radiologa prestata al turismo. E la diversità, vi chiederete, dove sta? Nel fatto che la sua sostanziale genericità avrà bisogno di altro tempo per essere declinata in coerenti percorsi operativi.

E veniamo all’Enit. Per il quale ci sono voluti due anni (due!) perché venisse smontato, svuotato e trasformato in un ente pubblico economico. Che però, ora, si ritrova con pochi e strapagati dirigenti, ma senza competenze diffuse. E soprattutto senza idee. Almeno a giudicare dalle ultime azioni social messe in campo dalla nuova dirigente a tempo indeterminato catapultata alla direzione digital dell’ente. E che, oltre a godere di appannaggio pari a 108 mila euro lordi, pare abbia la fortuna di lavorare prevalentemente da casa.

Arduo infatti definire digitalmente e socialmente strategico l’utilizzo, in un tweet, del presidente di Enit Evelina Chiristillin come icona per lanciare un itinerario turistico. Quello della Via Francigena, trasformata di recente dal sottosegretario Bianchi nella improbabile “Via Franchigena”.

Ha poi fatto il giro del web e prodotto grande ilarità tra gli addetti ai lavori il menù confezionato dall’Enit in occasione della “Serata Enogastronomica ai XXXI Giochi Olimpici” di Rio de Janeiro. Evento, questo, che avrebbe dovuto valorizzare i piatti tipici delle Regioni italiane. Ma incredibilmente alcune di esse sono state letteralmente dimenticate. E se ciò non bastasse, il menù presenta errori e “incidenti” grossolani: i peperoni diventano, alla Al Capone, pePPEeroni; i saltimbocca vengono invece brasilianizzati e si trasformano in saltimboCa; e il pesto, invece di essere accoppiato come dovrebbe con le trenette, viene associato alla “lasagnetta”.

menu_enit_olimpiadi

Dulcis in fundo, l’arrivo dell’autunno ha ispirato Enit per un’altra perla comunicativa. “Foliage in Italy”, questo il nome dell’hashtag, dovrebbe convincere operatori di settore e turisti a postare immagini particolarmente evocative di paesaggi italici trasformati dall’autunno. Come probabilmente direbbe Briatore, «mia figlia alle medie sarebbe stata più creativa, più spontanea ed originale».

E tutto questo accade, come detto, mentre il mondo intero si muove alla velocità della luce. Mentre anche in Nepal o in Islanda il turismo diventa lo strumento principe di crescita economica, sociale e culturale, oltre che la “scusa” per ammodernare, costruire infrastrutture necessarie (e non quelle attese dalla mafia, come il Ponte sullo Stretto), attrarre investimenti, incrementare le rotte aeree e ferroviarie. Insomma mentre in lungo ed in largo per il pianeta, il turismo è la faccia bella dello sviluppo. Tranne che in Italia.

@albcrepaldi