Se avete anche voi praticato la semitragica esperienza di assistere alle audizioni di un qualsiasi talent televisivo, avrete sentito dare da qualche giudice, spesso cantante non esattamente in bolla con la propria carriera artista, giudizi che sembrano quasi delle parodie. Uno dei più diffusi ultimamente, probabilmente perché, a furia di raschiare il fondo del barile i talenti sono diventati sempre più sottili, se non addirittura invisibili, è che “è nelle tue imperfezioni che si vede il tuo talento”. Bella sciocchezza, applicata a un ragazzino o una ragazzina che, presumibilmente si trova lì a cantare una cover, male, dopo aver scaldato i motori in cameretta o al più in un pianobar e che non a caso, sempre ultimamente, viene condita abbondantemente di particolari personali strazianti, facendo scivolare i vari format televisivi più verso i programmi del pomeriggio, quelli dedicati ai casi umani, che verso qualcosa che abbia a che fare realmente con la musica, ma concetto che può avere più di qualche fondamento di verità se si applica a chi il talento ha realmente dimostrato di averlo, nel tempo.

Veniamo all’oggetto reale di questo articolo. Oggi Bruce Springsteen compie sessantasette anni. Auguri, direte voi. Unendoci al coro aggiungiamo dettagli un po’ più interessanti. Oggi Bruce Springsteen compie sessantasette anni e, come se fosse una cifra tonda, decide di festeggiarli in maniera piuttosto sfarzosa. Esce infatti oggi in tutto il mondo l’anticipazione in musica della sua autobiografia Born to Run, prevista invece per martedì prossimo. Questa autobiografia in musica, e le parole non si trovano qui a caso, si intitola Chapter and verse, titolo che evoca proprio uno stretto legame col mondo dei libri.

Demandare alle canzoni la propria autobiografia è esercizio piuttosto comune tra i cantautori, anche per chi, come il Boss, si è spesso prodigato a fare delle sue canzoni dei ritratti genarazionali se non addirittura nazionali. Ma dover scegliere tra un repertorio tanto vasto come quello del rocker del New Jersey per dover tirare fuori diciotto canzoni, tante sono le canzoni contenute nell’antologia, in grado di fare lo sporco lavoro di raccontarne la vita in musica deve essere stata davvero impresa epica. Anche perché, nel farlo, il Boss ha optato per una soluzione un filo estrema, che ci riporta alla lunga premessa di questo articolo, l’imperfezione.

Sei uno che a quasi settant’anni riempie gli stadi in mezzo mondo. Non solo li riempie ma li tiene pieni per quasi quattro ore di concerti rock. Sei uno che ha scritto un numero incredibile di canzoni rientrato nella storia della musica rock, della cultura della fine del secolo scorso e dell’inizio di questo. Insomma, diamine, sei Bruce Springsteen, devi scegliere diciotto canzoni da infilare in un’antologia autobiografica, in qualche modo autocelebrativa, perché un po’ questo fanno le autobiografie, e cosa fai? Scegli di inserire cinque inediti. Bomba, hanno subito pensato tutti. Cinque inediti del Boss. Di più. Fai sapere che i cinque inediti non sono canzoni nuove, magari rubate alla trackliste del tuo futuro album di studio, che hai già fatto sapere essere quasi pronto. No, no. Tiri fuori cinque chicche dal tuo passato. Ma dal tuo passato passato, da prima di diventare famoso. Addirittura da prima del tuo esordio discografico. Cinque canzoni precedenti, quindi, precedenti a Greetings from Asbury Park, datato 1973. Poi, ovvio, le affianchi ai tuoi classici imprescindibili, da quella che ha dato il titolo alla tua autobiografia, Born to Run, a Born in the USA, passando per Badlands, The River, via via fino alle successive The Ghost of Tom Joad e The Rising, ma i cinque inediti sono di quando il Boss era un ragazzino.

Sono cinque, Baby I, del 1966, You can’t Judge, del 1967, He’s Guilty, del 1970, e attribuita agli Still Mill, primo embrione della E Street Band, poi Ballad of Jassie James, della Bruce Sprinsteen Band, anno successivo, e la conclusiva Henry Boy, del 1972. Cinque inediti, quindi, che ci mostrano Springsteen prima che fosse Springsteen. E si sente. Perché, specie le prime due, sono canzoncine esili, deboli, forse anche brutte. Sì, decisamente brutte. Inconsistenti. Il Boss ce le regala perché lui, in fondo, è sempre stato uno di noi, e ce lo vuole comunicare con la musica, oltre che con le parole. Le altre tre vanno un po’ meglio, anche se siamo sempre nel mondo dei bozzetti, degli appunti, e non a caso Henry Boy, quella che funziona meglio, funziona meglio perché ci ricorda Rosalita, essendone appunto prima versione con testo diverso. Ci sono, certo, gli ingredienti che poi troveremo messi a fuoco nell’esordio e negli album successivi, il rock, la potenza, ma anche la ballad in stile west coast di Ballad of Jessie James, ma siamo davvero nel mondo naif di chi non sa ancora esattamente chi è. Siccome, però, nessuno si può o si deve sognare di mettere in discussione una carriera tanto imponente, è bene sottolineare il gesto di abbassamento verso il pubblico, di normalizzazione, di vulnerabilità che Springsteen ha volutamente compiuto aprendo il cassetto dei ricordi. Se le sue canzoni sono sempre state, specie nei primi anni, un mettere in musica quel che si muoveva intorno, questi bozzetti compiono esattamente la stessa operazione, spostando l’attenzione sul suo cercare di mettere a fuoco la propria arte. Il Boss c’era, ma non lo sapeva ancora e, quindi, non potevamo saperlo noi. Un grande gesto di generosità. Non certo cinque nuove canzoni imperdibili, ma un album di ricordi vero condiviso col suo pubblico. Adesso tocca aspettare qualche giorno per leggere le parole di Born to Run, sicuri che anche lì troveremo il vero Springsteen, sia quello che mostra i muscoli sul palco, che quello intimo e vulnerabile. Lunga vita al Boss, e buon compleanno.